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lunedì 16 novembre 2020

LO SCAFFALE DEI LIBRI DIMENTICATI - 5 -

 


 

 Testo di Rita Frattolillo

 U LUTEME SABBETE D’ABBRILE ED ALTRE FESTE POPOLARI A SANTA CROCE DI MAGLIANO

di Raffaele Capriglione (Santa Croce di Magliano 1874-1921), pref. di F. D’Episcopo, Edizioni Enne, 1995.



Perché

Riprendo volentieri la “provocazione” lanciata da Gabriella  Iacobucci a proposito di Donato Del Galdo e del suo essere  tra i protagonisti di quella che lei, giustamente, definisce  letteratura contadina. Definizione  che si attaglia particolarmente bene a coloro che, profondamente radicati nella terra di Molise  hanno interpretato  e descritto le tradizioni,  gli umori viscerali, la durezza di vita della  sua gente  “cafona”  e tenace,   semplice e genuina.

martedì 26 giugno 2012

"BENTORNATO, GIOSE"



Oltre a essere stato quello che si proponeva di essere, ovvero un piacevolissimo incontro (tanti infatti gli amici e gli estimatori venuti per salutare Rimanelli), il “POMERIGGIO CON GIOSE” organizzato a Casacalenda il 26 maggio scorso da MOLISE D'AUTORE si è rivelato anche e soprattutto un'occasione di confronto e di riscoperta. La lontananza, l'assenza dalle ribalte letterarie, possono decretare l'apparente scomparsa di uno scrittore, e anche una personalità significativa come quella di Rimanelli rischiava di diventare, nel Molise, un' immagine sfocata, o viva solo nel ricordo. 
L'incontro di Casacalenda ci ha riportato uno scrittore capace ancora di sedurre, di commuovere, di suscitare un dibattito culturale. 
E' appunto  questo il senso dell'attività di Molise d’Autore, riscoprire la vitalità intatta degli scrittori importanti che il Molise ha. E' successo per Francesco D'Ovidio e Lina Pietravalle, nella scorsa stagione, e prima ancora per gli scrittori italo-americani...  E ogni volta che il miracolo si compie, come a Casacalenda, ne siamo particolarmente orgogliosi. Riscoperta, quindi, e insieme occasione di confronto tra studiosi vecchi e nuovi...  
E così, alle illuminanti introduzioni di Sebastiano Martelli e Giambattista Faralli, i quali hanno ricordato le fasi principali delle vicende letterarie di Rimanelli,  sono seguiti gli interventi delle due giovani ricercatrici Anna Maria Milone e Sabrina Berent per le quali lo Scrittore è stato una scoperta recente e affascinante, tanto che hanno voluto essere presenti a Casacalenda per portare la loro testimonianza e  incontrarlo personalmente. 
Un discorso a parte va fatto per Sheryl Lynn Postman, Professore di Letteratura Spagnola e Italiana alla Lowell University del Massachussets, da anni compagna di vita e studiosa di Giose Rimanelli. A lei avevo chiesto di parlare come studiosa, ma anche come moglie, certa che poteva essere, il suo, un punto di vista unico...  Non ci aspettavamo una testimonianza così vera, ironica, toccante, che in pochi tratti avrebbe delineato meglio di tanti saggi critici la natura umana e poetica dello scrittore. Per chi non era presente, vogliamo inserire, qui appresso, i loro interventi:

Anna Maria Milone, di origine calabrese, ha da poco conseguito il Dottorato di Ricerca in Antropologia e studi storico-linguistici presso l'Università di Messina con la tesi "La narrativa di Giose Rimanelli: la strategia del code switching come politica letteraria e sociologica". 
Nel suo intervento, partendo dalla scoperta di questa affascinante personalità di scrittore  (a suo parere non sufficientemente riconosciuto nei programmi accademici), indica le ragioni che l'hanno spinta a scrivere la sua tesi e ne tratteggia i punti focali.

Sabrina Berent Infante è newyorkese,  laureata in Letteratura italiana allo Smith College del Massachussets. Ha scoperto per caso e grazie a una serie di coincidenze lo scrittore Rimanelli. Una scoperta determinante, che ha cambiato le sue scelte professionali e l'ha convinta a fare su di lui la sua tesi di dottorato. Venuta in Molise per fare delle ricerche sullo Scrittore all'Archivio di Stato, non ha esitato a modificare i suoi piani di partenza per essere presente a Casacalenda
                                                                                                                           Sheryl Lynn Postman è Professore di Letteratura Spagnola e Italiana alla Lowell University del Massachussets. Ha scritto vari saggi su Rimanelli.
                                                                                     Gabriella Iacobucci
Campobasso, 27 giugno 2012

sabato 2 giugno 2012

Giose Rimanelli: l'amore per il Molise tra fuga e ritorno


(Nella foto, Gabriella Iacobucci, Sheryl Postman, Sebastiano Martelli, Giambattista Faralli)



articolo di Maria Claudia Fatica  (dal sito www.molisando.it)

"Il lavoro dei molisani nel Mondo spesso si svolge nella collettività' dell'oscuro, ma a tratti questa pagina di anonimato si illumina di chiaro per rivelare la sua umana presenza, siglata nell'origine e universalizzata nell'azione sociale, politica e intellettuale nel mondo vissuto, di generazione in generazione.''
''Il Molise non è una regione soltanto ma un continente, in perpetua esplorazione del suo essere nell'Universo, attraverso i suoi figli che lo camminano e mai dimenticano. Il "passaporto d'oro" che portano nello zaino è quanto di più prezioso possano avere: fiducia in se stessi come camminanti, e fede nella vita come amanti. Il genio nasce dal tozzo di pane; e questo è il cuore del molisano."

martedì 29 maggio 2012

La biblioteca di Fossalto: OMAGGIO A RIMANELLI



(nella foto, Gabriella Iacobucci, Agnese Genova, Anna Milone e Sabin Infante)

FOSSALTO. La biblioteca di Fossalto in trasferta a Casacalenda per rendere omaggio ad uno dei maggiori scrittori italo-americani contemporanei, Giose Rimanelli.
Rientrato nel paese che gli ha dato i natali il 28 novembre 1925, Rimanelli è stato protagonista dell’iniziativa promossa dall’associazione culturale “Molise d’Autore” denominata “Pomeriggio con Giose”. Nell’ambito di Biblioteche Aperte, la Fondazione Caradonio- Di Blasio ha aderito al Maggio dei libri, ospitando l’incontro con l’autore casacalendese condotto da Gabriella Iacobucci. Nella sala convegni della Fondazione, sabato pomeriggio, tanti amici vecchi e nuovi che in qualche modo hanno incrociato sul loro percorso le opere di Rimanelli, si sono alternati al tavolo dei relatori. Sebastiano Martelli, che ha avuto il merito di aver fatto pubblicare il romanzo “Tiro al piccione” oltre ad aver portato in Molise dal Canada numerosi scritti che oggi costituiscono il fondo Rimanelli, ha parlato dell’insofferenza dello scrittore animata dal desiderio di voler scoprire cosa si celasse oltre lo spazio angusto delimitato  dalle montagne del Molise.

mercoledì 9 maggio 2012

Speciale Giose Rimanelli




Molise d’Autore è lieta di invitarvi a Casacalenda il 26 maggio 2012 all’incontro con Giose Rimanelli.  L’appuntamento “Pomeriggio con Giose” condotto da Gabriella Iacobucci,  si terrànella Sala convegni “Caradonio Di Blasio” alle ore 17.
Ad onorare una delle personalità più originali e significative nel panorama della letteratura italo-americana,  interverranno  Giambattista Faralli, Agnese Genova, Sabrina Infante, Sebastiano Martelli, Anna Maria Milone, sua moglie Sheryl Lynn Postman e amici vecchi e nuovi…  L'affettuoso rendez-vous con questo personaggio, che vive negli Stati Uniti da ormai cinquant’anni, si concluderà  con un omaggio musicale di Tiziano Palladino.

***
Ecco una carrellata delle sue opere:


TIRO AL PICCIONE1° edizione Mondadori 1953
 Einaudi Editore 1991, Introduzione di Sebastiano Martelli

«La storia di un giovane della mia età che vede la Resistenza dalla parte sbagliata», cosí Giose Rimanelli (Casacalenda 1926) presentava a Cesare Pavese, nel 1950, il romanzo che sarebbe diventato Tiro al piccione (1953). Un ragazzo del sud coinvolto nell'agonia della Repubblica Sociale: venti mesi di orrore nella guerra civile, una delle poche testimonianze su vicende, passioni e confusioni di allora che ancora oggi conservano un'innegabile autenticità.
La prima stesura di Tiro al piccione è degli ultimi mesi del 1945. Giose Rimanelli, molisano di vent'anni, reduce dalla guerra civile in cui aveva militato per la Repubblica Sociale, e da cui era poi fuggito, era ancora troppo vicino ai fatti e ai misfatti che lo avevano tanto colpito. Continuò a rielaborare il testo che interessò i redattori della sede romana dell'Einaudi, Carlo Muscetta, Natalino Sapegno e Carlo Levi. In occasione di un viaggio a Roma all'inizio del 1950 (quello che sarebbe stato l'ultimo suo anno di vita), Cesare Pavese sentí parlare di quella storia di un giovane che aveva visto la Resistenza dalla parte sbagliata e successivamente lesse e apprezzò, pur tra riserve, il romanzo. Nel maggio del 1950 Pavese informò Rimanelli che Tiro al piccione sarebbe stato pubblicato. Quando Pavese si ammazzò, il romanzo era già in tipografia, se ne ebbero le prime bozze, ma non se ne fece piú nulla. Su consiglio di Elio Vittorini, Tiro al piccione uscí nella «Medusa degli Italiani» di Mondadori invece che nei «Coralli» di Einaudi.
(Quarta di copertina)

Il tema era per quei tempi arduo. Ma fu scelto per il film d'esordio di Giuliano Montaldo che a ventinove anni, nel 1961, portò sullo schermo le vicende di Marco Laudato, il protagonista problematico in cui Rimanelli si era almeno in parte ritratto e identificato

***

BIGLIETTO DI TERZA,   Arnoldo Mondadori, 1958

 E’ un’opera dedicata all’America. Un’America segreta, dolorosa e amorosa, vissuta e goduta e respinta.  L’America di Rimanelli non ha foreste di grattacieli celebri Università o quartieri che troppa letteratura ha rappresentato in un’atmosfera di angoscia; e tuttavia Biglietto di terza racconta di una particolare civiltà americana – il ceppo canadese – nata dal fiato esausto di un’Europa orgogliosa e dotta, e quindi sotto molti aspetti ancora in formazione, ma drammaticamente evoluta nella sua scoperta economica. Piantagioni, praterie allucinanti, scienziati e ladri, il chiuso e urlante mondo di esiliati, di cercatori di fortuna, le guerre e le libertà di religione, l’attrito delle razze, i simulacri indiani, i pionieri dell’uranio e del petrolio, l’occasione della ricchezza: questi, in sostanza, i temi che di Biglietto di terza fanno un’opera particolare drammatica, ironica, istruttiva. Con questo libro, l’Autore definisce un suo “Diversivo”, egli si rivela anche viaggiatore,  osservatore di caratteri e ambienti, acuto analista delle cose, degli uomini e, soprattutto, del sentimento degli uomini. (Quarta di copertina).

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IL MESTIERE DEL FURBO, A.G.SOLARI (pseudonimo di Giose Rimanelli),  Sugar&Co. Editore, 1959

Phamplet irriverente e scottante,  testimonianza scomoda e coraggiosa sull’establishment letterario di quegli anni. 
A Roma, dal 1958, il settimanale conservatore” Lo Specchio”, diretto da Giorgio Nelson Page, invita Rimanelli a collaborare con interventi sulla letteratura contemporanea. Lo scrittore accetta e con lo pseudonimo di A.G. Solari pubblica veri e propri pezzi al vetriolo sui primari e i comprimari dei salotti letterari, dominati dalle «amabili nonne della letteratura del dopoguerra» e dai critici «burocrati al potere» che attraverso la gestione e la manipolazione dei premi letterari, determinano fortune e sfortune di scrittori giovani e anziani. Scoppia l’ira di Dio: prime donne e abitanti oscuri del sottobosco culturale italiano, chiamati in causa dall’ignoto giornalista, aprono una vera e propria caccia all’autore, la Mondadori arriva a mettere una taglia di mezzo milione per conoscerne l’identità.
Sarà Rimanelli stesso a gettare la maschera: alla fine del 1959, pubblica con il suo nome gli interventi apparsi su Lo Specchio in un volume dal titolo Il mestiere del furbo, edito da Sugar. […]  estratto da G. Iannacone – Giose Rimanelli Oblio di un non allineato.

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TRAGICA AMERICA, Immordino Editore, 1968


Questo libro è fatto di umori e malumori, di racconti, conversazioni e viaggi. Si è fatto da sé negli anni, e riflette le poche gioie e i molti travagli di questi anni, i Sixties. Non è saggio né narrativa nel senso stretto, ma un gran bel pezzo di vita vissuta. Questo è il carattere che ho voluto lasciargli: presenza, testimonianza. E’ un libro di crisi in anni di crisi. E’ anche ciò che ho saputo vedere in anni in cui l’America bella di mio padre stava diventando l’America cieca dei figli.
Dall’introduzione di Giose Rimanelli.



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GRAFFITI,  (a cura di Titina Sardelli), Libreria Editrice Marinelli,  1977

In questa disamina di "Graffiti” si intravvedono elementi e particolari che porteranno, a distanza di vent'anni, alla composizione di "Detroit Blues"; Graffiti è un giallo sul potere e chi lo gestisce e - nonostante i riferimenti alle vicende della guerra narrate nel primo romanzo - questo non è un romanzo autobiografico. L'omicidio commesso da Piero è narrato con riferimenti intertestuali all'opera di Boccaccio, Dante e Petrarca (a cominciare dalla vittima, la padrona di casa di Piero, che si chiama Laura Petracca). 
Da: Sheryl Lynn POSTMAN, Road Signs Down a Path of Non Sequiturs in Giose Rimanell's "Graffiti".



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MOLISE MOLISE, Libreria Editrice Marinelli,  1979

Molise Molise è un romanzo autobiografico, la storia di una vita intensamente e problematicamente vissuta nella quale l’autore analizza i rapporti con la sua terra d’origine, con i suoi genitori, con il mondo che ha conosciuto…
Molise Molise è una memoria autobiografica nella quale la ragione viene identificata sotto il profilo etnico sociale economico, geografico culturale nella sua evoluzione, con documentazione di fatti e di personaggi, che hanno contribuito al suo sviluppo…
Molise Molise è l’epos di una famiglia di emigranti di una regione del sud d’Italia negli Stati Uniti d’America, con la diaspora dei vari membri di essa, e in particolare dell’autore, il confronto delle condizioni e delle realtà nuove affrontate in terra straniera, e i rapporti psicologici-affettivi con la terra nativa… […]
 di Giambattista Faralli (1979)
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Moliseide, Ballate e canzoni in dialetto molisano (con Benito Faraone),
traduz. in inglese di Luigi Bonaffini (Ed. Enne,  1990)
 
Si può dire che la poesia dialettale contemporanea (o poesia neodialettale, secondo la definizione di Brevini), approda finalmente negli Stati Uniti con la pubblicazione di Moliseide (New York, Peter Lang Publishing, 1992) di Giose Rimanelli. Non si tratta più di poesia popolare italo-americana imperniata sul bozzettismo ed i quadri di costume o di poesia dialettale italiana riportata in antologie, ma di uno scrittore italiano che vive in America e decide di scrivere un libro di poesie nel suo dialetto molisano, svicolandolo dai temi tradizionalmente legati alla poesia dialettale, il bozzettismo, il colore locale, il sentimentalismo archeologico, con piena coscienza di tutte le possibilità espressive dello strumento prescelto, e completamente in sintonia con i presupposti formali e linguistici e con le tecniche più avanzate della poesia dialettale contemporanea Giose Rimanelli, uno scrittore istintivamente sperimentale, nello scrivere il suo ultimo
[…] Il libro di poesie, Moliseide, nel suo nativo dialetto molisano, si allinea con una delle maggiori tendenze della poesia italiana moderna, la cui origine si può far risalire all'uso innovatore e inedito del dialetto da parte di Di Giacomo, e che si è andata accentuando negli ultimi venti anni, precisamente nel momento in cui i dialetti si vedono gradualmente costretti ad abbandonare la loro tradizionale funzione comunicativa. […]. 
estratto da: Giose Rimanelli e la poesia dialettale negli Stati Uniti di Luigi Bonaffini
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Benedetta in Guysterland: A “Luiquid” Novel of  Questionable Textual Boundaries, Guernica Ed., 1993

Nel vasto e magmatico opus di Giose Rimanelli la produzione letteraria da lui pubblicata in America dagli anni Novanta in poi (ma scritta parecchio tempo prima direttamente in lingua inglese) occupa un posto di rilievo ormai ineludibile, e sta a dimostrare non solo il plurilinguismo creativo di questo
scrittore cosmopolita (italiano, americano, italiano-americano, americoitaliano, ur-canadese/molisano: uso di proposito queste genealogie geografiche proprio per mettere in rilievo le parallele ascendenze linguistiche che hanno informato prima diacronicamente, poi sincronicamente il suo lavoro: l'italiano e
l'inglese e il francese e lo slang italo-americano - che fa la sua prima comparsa già a cavallo fra il '53 e il '54, anno in cui Giose completa la stesura di Biglietto di terza - e poi persino il latino medievale, e infine ma non alla fine il dialetto molisano: sorta di ideale fermaglio di una cintura biografico/letteraria che riporta Rimanelli alla sua terra natale), dicevo, non solo questa produzione sta a sottolineare il suo plurilinguismo, ma sta anche a dimostrare l'esistenza di una mostruosa officina scrittoria che ha lavorato, e tuttora lavora, simultaneamente a più macchine o, se si vuole, a una macchina sola (la scrittura), fino a far diventare, questa macchina, "paranoica", da intendersi in senso letterale e
allusivo: penso ovviamente al titolo di quel personale Zibaldone rimanelliano, intitolato appunto "La macchina paranoica", da cui Rimanelli ha di volta in volta tratto spezzoni, riscrivendoli e presentandoli in opere a sé stanti. […].
estratto da: Una lettura di Benedetta in Guysterland e di Accademia di Luigi Fontanella, State University of New York, Stony Brook, N.Y., Rivista di Studi Italiani
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IN NOME DEL PADRE, (M. Castelli, T.S. Di Tella, G. Rimanelli), Quaderni sull’emigrazione, Cosmo Iannone Editore, 1999

Questo volume raccoglie tre storie di vita, diverse per ispirazione, ambientazione e scrittura, ma unite da fili evidenti e molteplici. Sono Storie di padri scritte da figli che, attraverso il riferimento alle loro vicende, non solo toccano con suggestione il delicato e misterioso rapporto tra genitori e figli, ma ricostruiscono contesti storici quali l’Argentina, il Venezuela e il Nord America.
Sono storie d’emigrazione che poggiano sul comune paradigma di ogni percorso di abbandono della terra d’origine e di reinserimento nell’ambiente di accoglimento, vicende di vita la cui lettura in parallelo consente di poter constatare il carattere complesso e dinamico dell’emigrazione.
(dalla quarta di copertina)


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IL VIAGGIO, Cosmo Iannone Edit., 2003

Questo viaggio di andata e ritorno da un paese chiamato Molise, topos originario dell’umanità e della creatività letteraria di Giose Rimanelli, a Groud Zero, crocevia della crisi della contemporaneità, è il libro ad un tempo più “totale” e nuovo scritto da questo esule volontario della letteratura italiana. Un percorso tra le veglia e il sonno, tra la consapevolezza critica e il disorientamento culturale e politico sopravvenuto alla crisi della modernità, reso con una scrittura aperta e dialogica, fatta di un continuo e teso rimbalzo di italiano, inglese e dialetto.
(dalla quarta di copertina)

***   ...e tanti altri in italiano e inglese

BIOGRAFIA DI GIOSE RIMANELLI:
Nato a Casacalenda nel 1925, vive in America dagli anni ’60. E’ stato Professore Emerito d’Italiano e Letteratura Comparata in varie Università americane fino alla pensione. Autore eclettico, poliglotta, ha pubblicato sia in italiano che in inglese romanzi, narrative di viaggi e racconti, poesie, opere teatrali, si è occupato di giornalismo e di critica letteraria.

lunedì 9 maggio 2011

Il teatro dialettale molisano

Qualcuno recentemente  ha scritto a Molise d’Autore chiedendo informazioni sul teatro molisano. E’ stata  l’occasione per riflettere su un settore un po’ trascurato della nostra letteratura, e  Barbara Bertolini ha deciso di proporvi una serie di utili appunti e indicazioni bibliografiche riguardanti questo settore, che merita di essere approfondito.
 


   IL TEATRO MOLISANO E I SUOI AUTORI


 Quando si parla di teatro molisano, è quasi sempre quello dialettale. Sono molti gli autori, soprattutto isernini, che hanno scritto commedie di carattere popolare.



Lo studioso che più si è interessato al teatro dialettale è senz'altro Giambattista Faralli, nato a Monteroduni in provincia di Isernia. Critico letterario e d'arte, il Faralli ha pubblicato sull’argomento  Il teatro dialettale di Isernia (1920-1940)  (ed. Marinelli, Isernia, 1992). Un altro suo importante contributo lo si trova in MOLISE, Letteratura delle Regioni d’Italia, (Editrice La Scuola, Brescia,1994), scritto insieme a Sebastiano Martelli,  pagg. 57-60.

Tra gli autori teatrali che il Faralli segnala:

 

Vincenzo Viti (1887-1935) medico, che egli considera il caposcuola del teatro dialettale isernino. La commedia  più importante,  e rappresentata innumerevoli volte nel ventennio fascista, è stata: E' mmenuto Celesctrino!..., scritta nel 1923, seguita, due anni dopo, da Ru sole a mezzanotte.
Inoltre, insieme all'amico Franco Ciampitti, Viti ha scritto in isernino arcaico Ggènte alla macena, commedia recitata poi in italiano dalla compagnia Starace-Sainati: una pièce ben costruita con un’ azione incalzante e rapida.


Giotto De Matteis (1900-1981), sempre di Isernia e che si ispira al Viti, scrive due opere: una nel 1926 Ru matremonie pe procura e l'altra nel 1929, Mascherata paesana - La porta dell'inferno.

Giacinto Tarra (1906) e Giovanni Tarra (1892-1943), le cui commedie esprimono un forte sentimento popolare, che però rappresentano con minori pretese intellettuali rispetto al Viti. Tra queste: Ru tesore (1928), Ru furastiere paiesane e ru campanare (1928) Cosme e Peppenella alla «clinica della salute» (1929). Ru remita, del 1931, è scritta da Giacinto Tarra insieme con Francesco D'Alessandro.

Franco Ciampitti (1903-1988), figlio del Senatore Giovanni, laureato in Giurisprudenza e Scienze politiche, già affermato narratore con l'opera Novantesimo minuto del 1932, dopo aver scritto insieme a Viti Ggènte alla macena, elabora poi i drammi: La jurnata (1934), ispirati a casi di giustizia ordinaria e La frasctéra (1938) una storia di una famiglia povera travolta dallo scandalo di una ragazza compromessa nell'onore, opere che superano sia la "comicità distaccatamente ironica e il melodramma pedagogico del Viti, sia il gioco grottesco dei Tarra-D'Alessandro".

Riprende poi la tradizione teatrale isernina, interrotta dalla guerra, Sabino D'Acunto. L'eclettico scrittore si ispira ai modelli locali di Viti ma allargando gli orizzonti alla psicologia popolare con un'interpretazione in chiave moderna. Ru lemetone (1943) porta in scena liti e incomprensioni tra vicini. Ru tesctamiente de la bonanema (1944) parla invece dei problemi legati all'eredità tra fratelli. In Mo ze sposa Celesctrine del 1945 D'Acunto riprende con maestria  i personaggi del Viti ma trasferendoli nell'ambientazione storica del dopoguerra. Serenata a traremiente del 1947 è l'ultima pièce di D'Acunto, e in essa mette in scena i pastori del Matese.

Tra gli autori degli ultimi anni, che hanno ripreso questa tradizione popolare con brio, citiamo i seguenti:

Antonio Angelone, poeta, pittore e commediografo nato a Forlì del Sannio, in provincia di Isernia, nel 1933. Tra le sue commedie:
Il Matrimonio (1988); La sperimentazione dei maestri  (1991); Forulum  (1992); Il dramma d'amore di Nicola e Loreta (1992); Ciccotè (1995); Re vuasce sotta'lle sctéll  (1996); Tra véglié'ssuonn  (1997); La Tagliola, commedia dalettale in tre atti (2013).

Scrive Vincenzo Rossi nella prefazione di Il dramma d'amore di Nicola e Loreta di Angelone: «Questo dramma d'amore è una prova inconfutabile del recupero espressivo e rappresentativo delle forme di vita contadina e del dialetto del paese nativo dell'autore. Le manifestazione vitali che Angelone rappresenta con i tratti pittorici e con la scrittura (in prosa e in versi) si tengono a diretto contatto con l'ambiente (emanano odore d'erba e di terra) e raffigurano il vivere dello stato sociale contadino, ricco di elementari, specifici e irriducibili sentimenti, di gesti, di passioni, di divertimenti, di intrighi, di raggiri, di patteggiamenti, di fatica, di gioia, di dolore e di intuitive riflessioni sull'essere al mondo».

Nicolino Camposarcuno (1931-2000?), autore di commedie dialettali e in lingua, è stato animatore, regista e attore della filodrammatica di Ripalimosani. Egli ha messo in scena: Sotte e ll'ercate  (1989); L'albero della libertà; L'avventura di un povero uomo; A Ripe è nu pejese; Ddemane è n'atre jorne; U pejese è peccerelle... a ggende mmormere, che hanno tutte ottenuto un grande successo di pubblico.
  
Tra gli autori teatrali molisani si è distinto l'agnonese Giuseppe Nicola D'Agnillo (1827-1916). Scrive il primo dramma in versi, Gli Svevi in Agnone, all'età di 22 anni. E' proprio nel periodo unitario che pubblica, in lingua, i suoi due capolavori: Griselda e La duchessa di Bracciano, in cui tratta passioni civili e sentimenti liberali, rappresentati con successo a Napoli nel 1868 al "Fondo" della Sadowski.  Altre opere saranno pubblicate sul finire del secolo.

Un autore teatrale poco conosciuto è Teodoro Capalozza di Sepino (1895- + dopo il 1966) che ha pubblicato una collana di  sette volumi di commedie, monologhi o radioscene. 



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NOTA: Per le biografie dei personaggi citati vedere Molisani, milleuno profili e biografie di Barbara Bertolini e Rita Frattolillo ed. Enne, 1998.

Per chi fa ricerche sulla letteratura regionale segnaliamo l'Almanacco del Molise, ricco di interventi di studiosi locali su letteratura, arte, storia, archeologia, economia, architettura, ecc… Pubblicato ogni anno da Enzo Nocera dal 1969 fino al 2009,  è stato ripreso poi da Habacus Edithore.
Consigliamo inoltre le rassegne bibliografiche realizzate da Giorgio Palmieri e Antonio Santoriello  che hanno scandagliato, minuziosamente, più di cinquant'anni di pubblicazioni nel Molise.

Barbara Bertolini 

sabato 23 maggio 2009

Scopriamo l'autore, risposte

Ecco le risposte ricevute su Luigi Incoronato:

Sandra

Luigi Incoronato, scrittore formatosi nella tradizione culturale del meridionalismo, in Morunni descrive il ritorno a Ururi di un soldato (probabilmente autobiografico). Incoronato alla fine della Seconda guerra mondiale, dove si è distinto come eroe, si presenta al Comando Alleato di Campobasso per svolgere la professione di interprete. Tra le altre opere, è stata pubblicata nel 2006, a cura di F. D’Episcopo e M. Lombardi, una raccolta di racconti pubblicati a partire dal 1954 sul quotidiano “Paese sera” dal titolo L’imprevisto e altri racconti.

 

Antonio

In Morunni Incoronato non fa nulla per trattener il lettore. Le sue storie, raccontano vizi e virtù di un piccolo paese del Sud. Storie tuttavia che ti lasciano così, come sono nate, senza portarti ad un punto, senza darti spiegazioni. Ti cattura poi ti lascia; sembra ti voglia dire: "veditela tu con la tua fantasia, fanne quello che vuoi".

 

Maria

Di Luigi Incoronato non ho letto “Morunni” ma il suo romanzo “Scala a San Potito” che credo sia quello in cui ha dato un contributo importante alla rappresentazione di una Napoli distrutta e prostrata dalla guerra. Però a me questo libro ha irritato molto.   Non parlo ben inteso della scrittura, ma della trama. Un tizio che si addentra per masochismo nei problemi degli altri, che ci si tuffa volendoli far propri senza risolverli, mi infastidisce perché molto lontano dal mio modo di essere. I personaggi vivono la loro rassegnata miseria della Napoli del dopoguerra come banale normalità. E io ho fatto fatica a leggere tutte le pagine e mi ci vorrebbe qualcuno che mi spiegasse dove non ho capito la grandezza dell’opera.

 

anonimo

Consiglio a Maria di leggere l'Antologia delle opere narrative di Luigi Incoronato, a cura di Giambattista Faralli.

 

anonimo

Incoronato era originario di Ururi.
E’ stato interprete presso il Comando militare alleato.

Egli ha dato un contributo importante alla rappresentazione di una Napoli disgregata nel romanzo Compriamo bambini, del 1963. Egli è considerato di ambito neorealista.

Tra le opere posso citare Il Governatore, del 1960, esso pure ispirato alla guerra nel Molise, dove Lenno e Bontora adombrano Ururi e Larino.

 

Annamaria                                                                                                            

Di Morunni mi ha molto colpita il racconto ”Solitudine” perché Incoronato riesce ad immedesimarsi, con grande penetrazione, nell’animo sia femminile che maschile, dimostrando così una grande sensibilità. La serie di racconti, tipico della scrittura di Incoronato, si snoda con sicurezza, lasciandoti alla fine in sospeso, aspettato la conclusione finale. Morunni è un bel libro che fa rivivere coinvolgenti avvenimenti e fatti di un mondo paesano ormai scomparso.

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giovedì 13 novembre 2008

Luigi Antonio Trofa, la sua poesia, le sue canzoni

Di   Luigi Antonio TROFA abbiamo ricevuto un interessante articolo del Giornalista Giuseppe Tabasso, il cui padre, musicista, mise in musica le parole del poeta.  Molte poesie di Trofa divennero grandi successi canori. 


 


Dice, infatti, Giuseppe Tabasso:


«Nel 1928 Trofa pubblicò RIME ALLEGRE, "Scorribanda scapigliata nella politica, nell'arte e nelle varie manifestazioni di vita locale" (pagg. 381, Società Tipografica Molisana), un volume che non comprende tutta la sua fertile produzione. Ne posseggo una rara copia dedicata a mio padre, il musicista Lino Tabasso che con Trofa stabilì il sodalizio artistico molisano di maggior successo negli anni '20 e '30. La produzione del binomio, in italiano e in dialetto ferrazzanese, è ricca di oltre trenta brani, molti dei quali sono per fortuna ancora popolari, tra cui le due "lettere americane" da voi riportate sul sito e, mi piace ricordare per il loro spessore letterario e musicale, almeno: "Chi sa perché", "Cuncierte". "Canzona de' ll'ua", "Vennegna", "L'amore mié" e "Pizzéche e vasce"»


 


 


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Luigi Antonio TROFA e Lino TABASSO


 


QUANDO LA POESIA INCONTRA LA MUSICA


 


di Giuseppe TABASSO


 


Le canzoni del binomio Trofa-Tabasso, come del resto quelle dei binomi successivi con Emilio Spensieri e con Tonino Armagno, venivano composte per il puro piacere di fare musica e poesia: basti pensare infatti che né Trofa né mio padre erano iscritti alla SIAE, la società degli autori che tutela e garantisce i diritti d’esecuzione. In Trofa mio padre aveva trovato il suo Di Giacomo, mentre Trofa doveva aver trovato in mio padre il suo Tosti: una loro composizione significativa in questo senso fu la delicatissima, quasi una romanza Madonnina pallida. La poesia di Trofa spaziava infatti dal dannunzianesimo al carduccianesimo, dalla migliore tradizione partenopea a Lorenzo Stecchetti (per il gusto dell’ironia: vedasi Ah! Si! No!). Né si rassegnavano al solo repertorio molisano, romanticamente convinti che la loro produzione potesse spontaneamente affermarsi in campo nazionale: insieme, infatti, scrissero brani come Amor tiranno, Fuoco fatuo, Solitaria, Zingaresca e perfino una composizione augurale, molto apprezzata in casa Savoia, scritta per la nascita, nel 1934, della principessa Maria Pia.


Quei brani rimasero tuttavia inediti, anche perché per affermarsi in campo nazionale bisognava pur fare qualche puntatina a Napoli, a Milano oppure a Roma dove l’EIAR poteva decretarne il successo. Sta di fatto che essi non componevano per il mercato, anzi l’idea stessa di mercato appariva loro un oltraggio all’arte.


Quel loro piacere creativo era tuttavia laboriosissimo perché Trofa mal si adattava - anzi, non si adattava affatto - a comporre col cosiddetto mascherone, sulla base cioè di una specie di griglia numerica predisposta su un motivo già esistente ma privo di versi, in uso tra i cosiddetti parolieri, specie di quelli napoletani, anche illustri, che mio padre aveva frequentato da giovane. Trofa infatti li trovava quasi un insulto alla sua creatività, anche se poi riconosceva che un bel motivo, nato per suo conto, doveva pur essere vestito di versi. Per fortuna Trofa, che aveva un forte senso dell’umorismo, era perfettamente in grado di usare il mascherone, e mio padre sapeva altrettanto benissimo che i suoi rigetti rientravano in un puro, reciproco gioco di condizionamento, affinché la musica fosse al servizio della poesia, e viceversa. Alla fine, quando il musicista si trovava tra le mani dei versi in sé perfetti, finiva regolarmente col cedere al poeta, anche se poi gliela faceva pagare imponendogli troncature, piccole modifiche e cesure (cesure? - urlava Trofa - ma queste sono censure!). Le “trattative” terminavano spesso con un lasciamo perdere, non se ne fa nulla e, magari, con un ci penserò. Trofa ci ripensava, ma alla fine il prodotto risultava regolarmente di reciproco gradimento. A giudicarle oggi, quelle sedute, alle quali assistevo da bambino con enorme curiosità, erano una vera e propria osmosi tra due temperamenti per tanti versi simili e, per di più, uniti da un’amicizia profonda. Lo scoprii quando mio padre fu svegliato in piena notte perché accorresse al capezzale di Trofa. “Papà sta morendo - annunciò trafelato uno dei due figli, non ricordo se Mario o Gino – dice che vuole vedervi”. Smise di vivere poche ore dopo (mi pare per un tumore ai polmoni: infatti lo ricordo con una sigaretta perennemente in bocca) e mio padre fu l’unica persona, oltre ai familiari, a stargli vicino fino all’ultimo respiro. Era l’anno 1934.


 


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Dopo questa bella e commovente testimonianza di Giuseppe Tabasso,  che ringraziamo, ecco le risposte a “Domande per voi”. L’unico a rispondere a tutte le domande è stato Pasquale:


 


·        Trofa è nato a Ferrazzano nel 1879


·        Ha scritto su numerose riviste locali quali: Il gufo, Sci-ta-bum e La Rivista del Molise


·        Per le sue poesie dialettali, Trofa utilizza, ben inteso, il vernacolo di Ferrazzano


·        Il poeta contemporaneo di Trofa, con lo pseudonimo di “Minghe conzulette” è il medico Giuseppe Altobello


·        Il poeta si era aperto ai fermenti futuristi dei primi del Novecento


·        Dal 1913 Trofa cerca di sprovincializzare la letteratura locale producendo opere poetiche in lingua italiana


 


 


Gli amici canadesi nei links di destra troveranno la vita e l’opera di L.A. Trofa in inglese (traduzione di Luigi Fontanella) di Giambattista Faralli.