giovedì 13 novembre 2008

Luigi Antonio Trofa, la sua poesia, le sue canzoni

Di   Luigi Antonio TROFA abbiamo ricevuto un interessante articolo del Giornalista Giuseppe Tabasso, il cui padre, musicista, mise in musica le parole del poeta.  Molte poesie di Trofa divennero grandi successi canori. 


 


Dice, infatti, Giuseppe Tabasso:


«Nel 1928 Trofa pubblicò RIME ALLEGRE, "Scorribanda scapigliata nella politica, nell'arte e nelle varie manifestazioni di vita locale" (pagg. 381, Società Tipografica Molisana), un volume che non comprende tutta la sua fertile produzione. Ne posseggo una rara copia dedicata a mio padre, il musicista Lino Tabasso che con Trofa stabilì il sodalizio artistico molisano di maggior successo negli anni '20 e '30. La produzione del binomio, in italiano e in dialetto ferrazzanese, è ricca di oltre trenta brani, molti dei quali sono per fortuna ancora popolari, tra cui le due "lettere americane" da voi riportate sul sito e, mi piace ricordare per il loro spessore letterario e musicale, almeno: "Chi sa perché", "Cuncierte". "Canzona de' ll'ua", "Vennegna", "L'amore mié" e "Pizzéche e vasce"»


 


 


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Luigi Antonio TROFA e Lino TABASSO


 


QUANDO LA POESIA INCONTRA LA MUSICA


 


di Giuseppe TABASSO


 


Le canzoni del binomio Trofa-Tabasso, come del resto quelle dei binomi successivi con Emilio Spensieri e con Tonino Armagno, venivano composte per il puro piacere di fare musica e poesia: basti pensare infatti che né Trofa né mio padre erano iscritti alla SIAE, la società degli autori che tutela e garantisce i diritti d’esecuzione. In Trofa mio padre aveva trovato il suo Di Giacomo, mentre Trofa doveva aver trovato in mio padre il suo Tosti: una loro composizione significativa in questo senso fu la delicatissima, quasi una romanza Madonnina pallida. La poesia di Trofa spaziava infatti dal dannunzianesimo al carduccianesimo, dalla migliore tradizione partenopea a Lorenzo Stecchetti (per il gusto dell’ironia: vedasi Ah! Si! No!). Né si rassegnavano al solo repertorio molisano, romanticamente convinti che la loro produzione potesse spontaneamente affermarsi in campo nazionale: insieme, infatti, scrissero brani come Amor tiranno, Fuoco fatuo, Solitaria, Zingaresca e perfino una composizione augurale, molto apprezzata in casa Savoia, scritta per la nascita, nel 1934, della principessa Maria Pia.


Quei brani rimasero tuttavia inediti, anche perché per affermarsi in campo nazionale bisognava pur fare qualche puntatina a Napoli, a Milano oppure a Roma dove l’EIAR poteva decretarne il successo. Sta di fatto che essi non componevano per il mercato, anzi l’idea stessa di mercato appariva loro un oltraggio all’arte.


Quel loro piacere creativo era tuttavia laboriosissimo perché Trofa mal si adattava - anzi, non si adattava affatto - a comporre col cosiddetto mascherone, sulla base cioè di una specie di griglia numerica predisposta su un motivo già esistente ma privo di versi, in uso tra i cosiddetti parolieri, specie di quelli napoletani, anche illustri, che mio padre aveva frequentato da giovane. Trofa infatti li trovava quasi un insulto alla sua creatività, anche se poi riconosceva che un bel motivo, nato per suo conto, doveva pur essere vestito di versi. Per fortuna Trofa, che aveva un forte senso dell’umorismo, era perfettamente in grado di usare il mascherone, e mio padre sapeva altrettanto benissimo che i suoi rigetti rientravano in un puro, reciproco gioco di condizionamento, affinché la musica fosse al servizio della poesia, e viceversa. Alla fine, quando il musicista si trovava tra le mani dei versi in sé perfetti, finiva regolarmente col cedere al poeta, anche se poi gliela faceva pagare imponendogli troncature, piccole modifiche e cesure (cesure? - urlava Trofa - ma queste sono censure!). Le “trattative” terminavano spesso con un lasciamo perdere, non se ne fa nulla e, magari, con un ci penserò. Trofa ci ripensava, ma alla fine il prodotto risultava regolarmente di reciproco gradimento. A giudicarle oggi, quelle sedute, alle quali assistevo da bambino con enorme curiosità, erano una vera e propria osmosi tra due temperamenti per tanti versi simili e, per di più, uniti da un’amicizia profonda. Lo scoprii quando mio padre fu svegliato in piena notte perché accorresse al capezzale di Trofa. “Papà sta morendo - annunciò trafelato uno dei due figli, non ricordo se Mario o Gino – dice che vuole vedervi”. Smise di vivere poche ore dopo (mi pare per un tumore ai polmoni: infatti lo ricordo con una sigaretta perennemente in bocca) e mio padre fu l’unica persona, oltre ai familiari, a stargli vicino fino all’ultimo respiro. Era l’anno 1934.


 


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Dopo questa bella e commovente testimonianza di Giuseppe Tabasso,  che ringraziamo, ecco le risposte a “Domande per voi”. L’unico a rispondere a tutte le domande è stato Pasquale:


 


·        Trofa è nato a Ferrazzano nel 1879


·        Ha scritto su numerose riviste locali quali: Il gufo, Sci-ta-bum e La Rivista del Molise


·        Per le sue poesie dialettali, Trofa utilizza, ben inteso, il vernacolo di Ferrazzano


·        Il poeta contemporaneo di Trofa, con lo pseudonimo di “Minghe conzulette” è il medico Giuseppe Altobello


·        Il poeta si era aperto ai fermenti futuristi dei primi del Novecento


·        Dal 1913 Trofa cerca di sprovincializzare la letteratura locale producendo opere poetiche in lingua italiana


 


 


Gli amici canadesi nei links di destra troveranno la vita e l’opera di L.A. Trofa in inglese (traduzione di Luigi Fontanella) di Giambattista Faralli.

martedì 11 novembre 2008

DOMANDE PER VOI

Un paradiso tristeCari amici, ecco i commenti pervenuti e le risposte “Domande per voi” sul romanzo di Francesco Paolo Tanzj, Un paradiso triste, Edizioni Tracce, Pescara 2007:


 


Quali sono le voci narranti?


·         L’autore è riuscito ad intrecciare davvero bene tre storie, offrendo una visione completa delle varie sfaccettature psicologiche dei personaggi, ovvero: il prof. Ferri, lo studente Giulio De Santis e la mamma dello studente. (Francesco)


 


In che ambiente e in che epoca si svolge l’azione?


·         In una scuola e un quartiere romano al giorno d’oggi, per cui il romanzo tratta di problematiche attuali che l’autore analizza, forte della sua esperienza: la scuola, la famiglia, la mancanza di stimoli per i giovani. (Gio)


 


Tra i personaggi quali hai sentito più reali?


·         Trovo tutti e tre i personaggi molto avvincenti. Per me l’autore è riuscito davvero bene a rientrare nella pelle  (oltre a quella del professore che è la sua) di uno scolaro e di una mamma apprensiva.  Riesce inoltre a sviscerare con perspicacia le problematiche familiari. (Anna) 


·         Il professore, senz’altro, con tutte le sue fissazioni, anche se mi sembra un po’ troppo “comprensivo” verso i problemi del ragazzo. (Francesco)


·         Il ragazzo, soprattutto nel suo atteggiamento strafottente in casa e a scuola. Anche perché la sua love story finisce per mettere fine a tutti i suoi problemi. Incredibile ma vero, a noi giovani basta amare e tutto passa. (Gio)


·         Si vede che a scriverlo è un professore! Il professore che tutti vorrebbero avere: competente, comprensivo, attento, gentile, disponibile  (ma ‘ndo sta?).  (Annamaria)


·         la mamma, una donna del nostro tempo con mille pensieri, tanti dubbi, numerose incertezze, troppe fragilità..... (anonimo)


 


Francesco Paolo Tanzj è nato a Roma nel 1950


·         Ha scelto di vivere ad Agnone dove insegna.


Perché è venuto a vivere nel Molise, lo spiega nel suo libro “Elogio della Provincia” a p. 26


 


«… E alcuni cominciavano a pensare che forse si poteva vivere meglio al di là di quegli orizzonti, oltre il limite dal quale iniziava ad affievolirsi la cappa sempre-umida del pesante smog cittadino.


….. E adesso siamo qui, in piena provincia, col desiderio di crescere bene i figli. Con la ferma intenzione  di utilizzare al massimo il tempo. Senza la dispersione dei tanti visi, delle troppe avventure. Fuori dagli psicologismi esasperati e dai discorsi inconcludenti.»


 


Una scelta coraggiosa quella di Tanzj; abbandonare la grande città per un piccolo borgo appollaiato su una montagna. Sarebbe interessante sapere se i suoi sogni si sono avverati. (Maria)


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da: www.vivereconlentezza.it



"ELOGIO DELLA PROVINCIA" - FRANCESCO PAOLO TANZJ  


dentro



pagg.130, 1999.


Un mix improvviso ed attuale di saggistica e sociologia, autobiografia e romanzo, giornalismo e scherzo letterario. Questo lieve omaggio di Francesco Paolo Tanzj alle piacevolezze della vita di provincia prende spunto dalla più diversa e antica letteratura del caso.... di citazione in citazione emerge sempre un messaggio - in alcuni casi un grido - semplice e deciso al tempo stesso:" fuggiamo dalla città. Andiamo a vivere in provincia!" Facile a dirsi, almeno nei momenti di sconforto. Più difficile a farsi. Ma vale la pena parlarne, visto che lo fanno in tanti. E il loro numero aumenta ogni giorno di più.


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Un libro "ricco", di impressioni, sensazioni, sentimenti, riflessioni e, ciliegina sulla torta (saporita), delle ottime citazioni di autori classici, amati da chi ama la classicità più ancora di tanti contemporanei che sanno dire molto meno e molto meno bene. Dopo averlo letto, anche chi in provincia è nato, impara ad apprezzarla un po di più e persino a scoprirne bellezze prima sconosciute. Complimenti!


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Ringraziamo tutti i partecipanti e per la biografia e l’opera completa di questo autore vi rimandiamo al link sulla destra di questo blog: “sito di Francesco Paolo Tanzj”.


Un paradiso triste di Tanzj




Francesco Paolo Tanzj



“Tre personaggi, un professore di filosofia, uno studente difficile e una madre ansiosa, intrecciano le proprie vite e i propri sentimenti nell’universo reale e controverso di un liceo romano.


Tre linguaggi differenti, aspettative, pensieri, a volte contrastanti tra loro, a volte simili nella problematica vissuta di esperienze comunque forti e avvolgenti.


I banchi di scuola, le strade della città, una famiglia in crisi, i discorsi al Caffè delle Arti, la fuga, l’incidente, l’ospedale.


Tre storie in una, e un evento inaspettato che mette a nudo i loro caratteri e i limiti che ne minano le certezze.


UN PARADISO TRISTE è lo spaccato spontaneo e non mediato di un microcosmo che tutti noi attraversiamo o abbiamo attraversato almeno una volta nella vita”.