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mercoledì 29 marzo 2023

E' scomparso il prof. Filippo Salvatore


 

di Barbara Bertolini

Si è spento all’età di 75 anni Filippo Salvatore, l’italo-canadese Professore emerito di studi italiani e canadesi alla Concordia University di Montréal. Nato a Guglionesi, nel Molise, si trasferisce in Canada con la famiglia all’età di 16 anni. Mente brillante, dopo la laurea riesce a conseguire un dottorato di ricerca presso la Harward University che lo proietta nel mondo universitario canadese come titolare della cattedra sul pensiero rinascimentale e moderno italiano nel Dipartimento di lettere moderne e linguistica.

giovedì 17 giugno 2010

A Atri in Abruzzo l'Associazione Scrittori Italo-Canadesi premia Pietro Corsi

La conferenza annuale della AICW (Associazione Scrittori Italo-Canadesi) ha avuto luogo quest'anno ad Atri, in Abruzzo, tra il 10 e il 13 giugno scorso. Numerosi i partecipanti venuti non solo dal Canada e dagli Stati Uniti, tra i quali i molisani Filippo Salvatore, Michel Mirolla (nuovo comproprietario e direttore delle Edizioni Guernica, a suo tempo guidate da un altro molisano, Antonio D'Alfonso), Gabriella Iacobucci, invitata per il suo ruolo in Molise d'Autore e quale traduttrice di scrittori italo-canadesi, e Pietro Corsi.

 Il ruolo di Pietro Corsi nella letteratura italo-canadese è stato degnamente ricordato sia da Filippo Salvatore, della Concorde University di Montreal, che da Michele Campanini, dell'Università di Siena, che lo ha abbondantemente citato nel suo libro "La traversata", di recente pubblicazione a cura della Fondazione Paolo Cresci per la storia dell'emigrazione italiana.

A conclusione della conferenza, il segretario dell'associazione, Michel Mirolla, ha annunciato le premiazioni del concorso annuale di poesia e racconti, che quest'anno ha visto Pietro Corsi vincitore di un secondo premio per il racconto "Il suono delle campane". Con questo racconto, lo scrittore di Casacalenda narra di un viaggiatore-migrante che torna in paese per risentirne i mai dimenticati odori, rivederne i colori sempre impressi nelle pupille dei suoi occhi, e riudirne, anche, i suoni che... non ci sono più. Non ci sono più i suoni dei violini e delle chitarre degli artigiani, i suoni delle fisarmoniche dei contadini, i rumori delle botteghe. C'è ancora il suono delle campane. Ora però suonano "a morto", annunciano un funerale. L'ennesimo funerale di un paese che forse muore, lentamente ma decisamente, a mano a mano che uno dei suoi prende la strada del vialone dei cipressi. 

Damiano Pietropaolo, di Toronto, ha voluto così descrivere la motivazione del premio conferito al racconto di Pietro Corsi:

Nella recente letteratura sul tema dell'espatrio e del ritorno, l'evocazione di un paradiso perduto, relegato a memoria mitica, è punto di partenza per una narrativa che punta sul grande interrogativo dell'esperienza dell'emigrante: "non si può mai più tornare a casa". Mentre a volte è delimitata dal sentimentalismo, la poetica evocazione del villaggio, vista con l'occhio del "Viaggiatore", innalza il racconto al di sopra dell'aneddotico con il potere e la sensualità del linguaggio


Per leggere questa short storyhttp://pietrocorsiscrittore.blogspot.com/

martedì 2 febbraio 2010

Il “ nuovo” ruolo del traduttore

 


 Libri autori molisani                                                        di Rita Frattolillo





Delle numerose ondate migratorie che, spinte dalla disperazione, dalla seconda metà dell’Ottocento hanno varcato l’oceano spopolando il Molise e lasciando le donne ad affrontare da sole la difficile condizione di vedove bianche, è rimasta testimonianza nelle lettere, scritte su paginette di quaderno ingiallite dal tempo con mano malferma e in dialetto, inviate dai nostri manovali e “artieri” ai familiari. Sono quelle povere frasi sgrammaticate a gettare luce sugli aspetti crudi e duri della loro quotidianità di  emigrati.

Poi sono arrivati i Pietro Corsi (classe 1937) e i Giose Rimanelli (classe 1926), emigranti di successo e prolifici autori, a creare, direttamente in italiano o in inglese, l’epopea migratoria, scavando nelle stigmate della propria identità lacerata.

Quindi c’è stato il passaggio ad autori di lingua inglese come Nino Ricci (1958), che, pur appartenendo alla generazione nata oltreoceano, hanno attinto, nelle loro creazioni letterarie, ai risvolti spesso allucinanti dell’emigrazione, sull’eco tumultuosa di una tensione in bilico tra il peso delle radici e l’esigenza di conoscere il proprio io.

Ultimamente lo scenario è cambiato e il panorama si è esteso, contando autori come Carole Fioramore David, Joe Fiorito, Antonio D’Alfonso, Filippo Salvatore, oltre al vecchio e grande Don DeLillo (classe 1936), e si è anche diversificato, perché alcuni di essi, come Marco Micone, Luigi Bonaffini, Johnatan Galassi, non si limitano a scrivere, ma traducono.

Sicché l’uso dell’italiano si è ridotto, quando non è scomparso del tutto, inequivocabile dato di una minore diffusione all’estero dell’italiano quale lingua letteraria , sia pure di nicchia.

I romanzi e i saggi non solo sono redatti in inglese o  francese, ma, accanto al veicolo linguistico, anche il contenuto è cambiato: l’ispirazione dei nuovi protagonisti del mondo letterario d’oltreoceano non ruota più intorno al “vecchio” nucleo tematico dell’emigrazione, o almeno non esclusivamente intorno ad esso.

Tale riflessione ha preso corpo dopo la lettura – avvincente – del romanzo di Mary Di Michele, canadese di Lanciano, che, uscito con il titolo “Tenor of love”, è stato poi tradotto in italiano da Gabriella Iacobucci con il titolo “Canto d’amore”.

 Qui l’emigrazione non costituisce l’ossatura del plot, che è l’ingarbugliata vita sentimentale del grande tenore napoletano.

Certo, anche Caruso è un emigrante, ma di lusso, uno che giunge in America sull’onda della fama, uno che quando sente avvicinarsi la morte, dopo 17 anni trascorsi in America mietendo successi, esprime il desiderio di morire in patria. Ma tutto finisce qui, anzi non sarebbe neanche incominciato se la Di Michele, durante un suo soggiorno italiano, non  fosse stata affascinata dalla canzone “Caruso” di Lucio Dalla, ascoltata per caso; da lì  le ricerche sul grande cantante, di cui lei non aveva mai neanche sentito parlare.

A me sembra che in “Canto d’amore” il rapporto con le radici sia appena sfiorato, e anche la visione dell’Italia che, nella finzione letteraria, emerge dalle parole della moglie di Enrico Caruso, Dorothy,  somiglia parecchio a quella superficiale e approssimativa di certi turisti stranieri.

Bravura della scrittrice nel ricreare lo “sguardo” americano di Dorothy, oppure genuina percezione che del nostro Paese ha  l’autrice?

L’impressione, leggendo il romanzo, è che il cordone ombelicale con la terra d’origine si sia per lo meno allentato, e che la di Michele  non “senta” quel mal du pays per l’Italia come un figlio che se ne è dovuto allontanare.

Se questo non è un caso isolato, ma segnale  di una mutazione, è sicuro indizio di “crescita”: i figli e nipoti dei manovali e artigiani di una volta hanno studiato, hanno salito i gradini della scala sociale e professionale, affermandosi, e si sono integrati nel sistema.

Questo non può che essere motivo di orgoglio per la capacità dimostrata  dai discendenti dei nostri emigrati di  essersi saputi inserire nella realtà in cui vivono, pur se il “salto” dall’italiano all’inglese o francese significa, per noi rimasti nella madrepatria, che potremo  gustare la nuova letteratura  solo se e quando tradotta.

 Conseguenza di questa mutazione naturale quanto ineluttabile è la trasformazione del ruolo del traduttore.

Fino a ieri intento esclusivamente a rendere al meglio nella lingua di arrivo le sfumature e lo spirito dell’opera originale, oggi è colui che, essendo spesso a contatto diretto  con i club degli ex emigrati, è in grado di individuare, segnalare all’editore italiano e quindi  introdurre da noi i nuovi scrittori italo-americani. E’ il caso di Gabriella Iacobucci, la “nostra” Fernanda Pivano,  traduttrice, tra l’altro, di Frank Colantonio (“Sui cantieri di Toronto”), di Nino Ricci (trilogia raccolta in “La terra del ritorno”), e della Di Michele, da lei conosciuta ad un convegno mentre la scrittrice aveva già cominciato a mettere mano a “Tenor of love”.

Traghettare e diffondere la letteratura italo-americana non è impegno da poco, ma ad esso  se ne aggiunge un altro non meno importante, perché può succedere che il testo originale contenga improprietà e approssimazioni riguardanti, ad esempio, i nostri detti e le nostre tradizioni, comprensibili in chi è nato e vive a migliaia di chilometri dall’Italia, e che  spetta al traduttore “raddrizzare”. Forse perciò ancora oggi qualcuno dice traduttore-traditore, quando, piuttosto, si tratta di portare una cultura dentro un’altra, senza travisarne nessuna.

C’è chi si è meravigliato nel vedere comparire, in copertina,  il nome del traduttore.

Al contrario, trovo giusto che il lavoro non facile e il ruolo ormai dilatato del traduttore trovino un riconoscimento “ufficiale”, anche perché, sia pure su un piano diverso, egli, rielaborando frase dopo frase un testo,  in un certo senso lo crea, e in definitiva è autore senza esserlo.

venerdì 22 giugno 2007

Articolo di Barbara Bertolini su

Le vicende sentimentali del tenore Enrico Caurso : Canto d'Amore di Mary di Michele tradotto da Gabriella Iacobucci



Canto d’amore, la storia  romanzata della vita sentimentale del tenore Enrico Caruso, è l’ultima opera tradotta da Gabriella Iacobucci del libro della canadese  Mary di Michele,   dal titolo originale Tenor of Love.

Dopo  Il fratello italiano, La terra del ritorno di Nino Ricci e Sui cantieri di Toronto di Frank Colantonio,  la Iacobucci  porta in Italia l’opera di un’altra autrice italo-canadese.

                                                            ***°°°***



La nuova generazione di autori canadesi è ricca di talenti letterari, che provengono spesso dall’emigrazione. E quella italiana, in particolare, è davvero numerosa. A parte Ricci e Colantonio, vi sono Marco Micone, Carole David Fioramore, Antonio D’Alfonso, Joe Fiorito, Pietro Corsi, Filippo Salvatore, Ermanno La Riccia, per dirne qualcuno, che fanno capire come l’integrazione degli emigrati italiani in Canada abbia funzionato.



Il merito della Iacobucci non è, infatti, solo quello di aver tradotto, in modo sensibile ed accurato, le opere di questi scrittori ma di averli scoperti, promuovendoli presso le case editrici italiane.

Una “Fernanda Pivano” molisana che riesce a far conoscere e valorizzare una parte importante della letteratura d’oltreoceano prodotta da autori di prima e seconda generazioni di emigrati provenienti per lo più dal Sud Italia. 

Una ricchezza che la Iacobucci ha scoperto durante i suoi viaggi in terra d’America. Tornata a casa ha poi voluto valorizzare questi scrittori realizzando nel Molise un’associazione culturale, “Molise d’autore”, con  lo scopo di diffondere le opere poco conosciute degli autori di origine molisana che si sono affermati nel mondo.



Ma per ritornare alla traduzione, senza la quale un libro non potrebbe circolare nei paesi esteri se non tra un limitato gruppo di persone che conoscono più lingue, non sempre il lettore, leggendo opere di autori stranieri, se ne preoccupa. Preso dalla trama, non riesce ad immaginare la grande fatica di trasposizione che richiede un testo scritto in un’altra lingua.

Lui, l’oscuro traduttore, si trova davanti ad una sola certezza: la storia già scritta, e a molti dilemmi: espressioni, modi di dire, linguaggi specifici non rintracciabili nella nuova lingua, e termini che non sempre corrispondono all’espressione originale.

Basta vedere cosa succede quando utilizziamo un traduttore automatico: un testo surreale e che solo con grandissima intuizione si riesce  a capire.

Insomma, difficilmente si percepisce che il traduttore è praticamente un secondo scrittore che ha dovuto rifare da capo tutta la storia. Ecco perché si parla sempre del traduttore traditore, perché è impossibile non tradire, non filtrare attraverso la propria sensibilità emozioni, sensazioni, raccontate in una lingua diversa, poiché la sensibilità è qualcosa di intrinseco, specifico dell’individuo e i modi di esprimerla sono diversi da lingua a lingua, da cultura a cultura.  E, non sempre, le traduzioni sono poi peggiori del testo originale. Anzi. 



Per il lettore quello che è importante è che le righe scorrano senza intoppi, che venga captato dalla storia a tale punto da dimenticare ciò che lo circonda;  che il suo pathos o il suo interesse vengano totalmente assorbiti, ed è quello che avviene in “Canto d’amore”, la storia romanzata della vita libertina di Enrico Caruso, che ha preferito scappare in America per sfuggire a una situazione sentimentale complicata.  Metà gentiluomo, metà malandrino, di aspetto non certo bello, Caruso ha saputo conquistare il cuore delle donne grazie ad una voce eccezionale e ad un forte carisma. Storie d’amori d’altri tempi dove la donna era disposta a sacrificare tutto per il suo uomo.



Di romanzi scritti su Caruso ce ne sono molti, tra cui quello del figlio avuto dalla sua amante Ada Giachetti, Enrico Caruso jr,  e quello della moglie ufficiale Dorothy Caruso.

Ma la canadese Mary di Michele ispirata dalla bella canzone di Lucio Dalla, Caruso, ascoltata per caso in suo soggiorno in Italia nell’estate del 2003, ha voluto rivisitare la storia di Caruso, colpita in particolare dalla storia rimasta sempre in penombra delle due sorelle Giachetti, innamorate tutte e due del tenore e il cui padre ha aiutato il napoletano quando muoveva i suoi primi passi artistici.

Essa, in questo romanzo, ha voluto offrire l’aspetto umano della vita sentimentale del tenore,  restituendo il giusto posto a Ada e Rina Giachetti, senza tralasciare la moglie americana.

Tuttavia anche se i personaggi messi in scena sono quelli reali, e i fatti essenziali rispettano la realtà storica, Canto d’amore non è una biografia ma il frutto magnifico di una finzione letteraria.  



Canto d’Amore, Mary di Michele, traduzione di Gabriella Iacobucci, Marlin editore, Napoli 2006

«Mai sottovalutare il potere di seduzione di una bella voce. Il divo dell’opera italiana Enrico Caruso era piuttosto basso e grassoccio, niente a che vedere con il suo connazionale e contemporaneo Rodolfo Valentino. Ma le donne non potevano resistergli. Canto d’amore è la storia, in parte romanzata, di un triangolo amoroso di cui furono protagoniste e vittime due sorelle livornesi, Ada e Rina Giachetti, la prima già sposata e la seconda sedicenne appena. Da Ada, che era un  soprano famosa, Caruso ebbe due figli, ma quando si accorse che stava per scoppiare uno scandalo preferì andare a cercare fortuna oltre l’Atlantico e in seguito, conosciuta l’americana Dorothy B. Park a New York, se ne innamorò al punto da sposarla, rinunciando alla fedele Rina che attendeva il suo ritorno in Italia. Nella prima parte del romanzo è proprio Rina a narrare la vicenda. Nella seconda le subentra Dorothy, folgorata dalla voce del cantante proveniente da un negozio di dischi, e poi sua compagna per i pochi anni che gli restarono da vivere. Canto d’amore è quel raro genere di romanzo in cui una narrazione forte eppure delicatamente modulata e una descrizione deliziosamente sensuale si combinano con sorprendente naturalezza».



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