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martedì 20 ottobre 2009

Scopriamo l'Autore - 2

Mary Melfi, copertina libroMary Melfi è una scrittrice canadese di origine italiana, nata a Casacalenda nel 1951. A sei anni emigra con la famiglia in Canada. A Montreal,  dove vive,  viene iscritta nelle scuole di lingua inglese.


Si laurea successivamente in Letteratura Inglese  alla Concordia University.


Come poetessa, nel 1977 esordisce con  scritti in prosa e in versi, che ricevono il consenso della critica. Nel 1991 pubblica il suo primo romanzo, Riti di infertilità, con le Edizioni canadesi Guernica del suo corregionale Antonio D’Alfonso. Questo libro, tradotto sia in francese che in italiano, racconta il dramma di chi vive in bilico tra due realtà sociali. In Italia è  stato stampato da Cosmo Iannone di Isernia nel  2002.


Nel 1994 si cimenta con un libro per ragazzi: Ubu, la strega che voleva essere ricca. Numerosi sono anche i lavori teatrali di Mary Melfi, rappresentati a Montreal, Toronto e Vancouver.


Nel 2009 esce, sempre da Guernica Editions, l’ultima sua opera, Italy Revisited: Conversations with My Mother.
Per chi volesse approfondire la biografia dell’autrice  rinviamo al libro di
William Anselmi dal titolo: "Mary Melfi, saggi sulle sue opere" (Edizioni Guernica 2007).


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Italy Revisited: Conversations with My Mother,  


Memoirs by Mary Melfi, Guernica Editions 2009


 


In questa ultima opera, rispolverando i ricordi d'infanzia della madre della sua vita in Italia meridionale agli albori del ventesimo secolo, Mary Melfi si avvicina con  un approccio non convenzionale alla scrittura autobiografica. Italia rivisitata è come un libro di memorie a due voci, quelle del dialogo tra una madre ed una figlia. Man mano che le due donne rievocano il mondo ormai scomparso, tra loro nasce una maggiore consapevolezza delle difficoltà di relazione che spesso esistono tra le madri immigrate e i loro figli.


Un libro che meriterebbe,  per l’argomento, senz’altro una traduzione italiana.


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Italy Revisited è anche il titolo del sito web che la scrittrice ha realizzato. Essa vi ha inserito numerose foto del tempo passato del Molise (e non solo), dagli anni ’30 fino ad ora, in particolare di Casacalenda suo paese natio. Ogni foto ha una didascalia. Mentre le numerose cartoline o immagini sono state inserite per illustrare i vari proverbi italiani. Un altro settore che sta a cuore all’Autrice è la cucina ed è lì che si vede anche la sua bravura di fotografa nonché la tradizione culinaria ereditata dalla famiglia molisana. Infatti la Melfi ha inserito varie ricette di dolci italiani, che ha poi fotografato per esporli sul web. Per  ogni dolce, accompagnato dalla ricetta, la scrittrice  trascrive l’origine ed eventuali osservazioni.


 


E poiché spesso si mescolano e si amalgamano a meraviglia cultura e cucina, questa volta abbiamo deciso, grazie alle ricette inserite di Mary Melfi, di porvi domande su queste.


 


Prima però vi conviene visitare il sito della scrittrice canadese:  http://www.italyrevisited.org/


 


Domande:


1. Da chi ha preso le ricette delle zeppole di San Giuseppe?


2. Secondo la Melfi di quale paese molisano sono originari i mostaccioli con il cinnamomo  e i chiodi di garofano?


3. Quanti biscotti riesce a realizzare nonna Giovanna?


4. Quali sono i migliori biscotti al mondo per la Melfi?


5. Di che paese sono gli “amaretti per i poveri” ?


 


 Insomma quello della Melfi è un inno alla cucina molisana, ma siamo pur sempre un’associazione culturale, quindi, vi chiediamo di commentare uno dei libri della scrittrice italo-canadese.

sabato 11 aprile 2009

Scopriamo l'Autore

 


Domande:




  1. Luigi Incoronato è nato in Canada, a Montreal, il 4 luglio del 1920. Quale paese molisano, di cui il padre era originario, si cela sotto il nome di “Morunni”, titolo del libro?



  2.  Da dove ritorna così mesto Emilio Sarro, uno dei personaggi di Morunni?



  3.  Insignito della Medaglia di bronzo al valor militare durante l’ultimo conflitto mondiale,   che ruolo svolge Incoronato  a Campobasso  alla fine della guerra?



  4.  In quale libro ha dato un contributo importante alla  rappresentazione di una  Napoli disgregata e prostrata dagli esiti della guerra?



  5. In quale corrente si inserisce la scrittura di Luigi Incoronato? 



  6. Puoi citare altre opere di Luigi Incoronato?


giovedì 26 marzo 2009

Sabino D'Acunto e il suo mondo letterario

Sabino D’Acunto ha ricevuto molti apprezzamenti dai nostri lettori. Pubblichiamo ora una critica di Mariolina Perpetua sulla vasta produzione letteraria dello scrittore isernino:


 


 


“La realtà non è talvolta la condizione di ciò che è, ma di ciò che appare, così come accade con le immagini riflesse in uno specchio”.


Dopo aver letto  i lavori di Sabino d’Acunto, niente appare più vero del pensiero, di pirandelliana memoria, scritto dallo stesso autore in premessa a “Una manciata di miglio ed altri racconti”.


Il nostro, infatti, trae spunto, dal reale circostante e, con tratti misurati ed allo stesso tempo efficaci, trasfigura nel mondo oggettivo del verosimile personaggi, luoghi e situazioni più vicini al suo vissuto.


Con sobrietà  e con una certa raffinatezza che lo contraddistingueva anche nelle vita di tutti i giorni, riesce  ad eternare la quotidianità, creando “quadretti” di grande familiarità, che pur nella loro semplice naturalezza, emozionano il lettore : “zia Luisella” di Colle Cioffi (da “Lettere dal Molise”) diventa la zia per  “antonomasia”, la zia di tutti,   e così  “paziente”, “affaccendata” e “prodiga di attenzioni” impersona il sano mondo contadino molisano, diventando “termine di riferimento di valori umani dispersi o dimenticati”, (G. Iovine), che “d’Acunto si porta in fondo all’anima” (Sardelli).


Luoghi ed uomini della sua terra sono ancora  protagonisti di “Elegia  molisana” (da “Ricordo è amore”) , in cui  ritorna l’orgoglio dell’appartenenza alla sua gente forte,  determinata e coraggiosa (..buona è la mia gente)  anche se segnata da un amaro destino di miseria e di rinunce che la porterà all’emigrazione (….Non si piangono  morti qui ma vivi!/  Uomini vanno col fardello  carico/ di stracci e di illusioni, chissà dove./ Partono!/...). Triste è la partenza,   triste e melanconico il ricordo di luoghi un tempo diversamente animati (Come vorrei lungo i tuoi tratturi…).


E la poesia si fa elegia  nel suono dei versi e delle parole, di sapiente misura  classica,  e “nella drammaticità  davvero non comune” (Rosato) delle situazioni.


Attaccamento alla propria terra e alle proprie cose , ai ricordi  “dei tempi migliori” è il tema di “La quercia” (da “Il sorriso di Laura”) che  diventa simbolo  di “valori ed ideali” da difendere.


Una lettura più profonda dell’io e della società, infatti, si trova nel d’Acunto narratore che mira a rappresentare il conflitto tra “passato e presente”, tra “natura e “civiltà”, tra “infanzia/vita e maturità/alienazione”. “Le farfalle non volano più “ “è concepito come epicedio della civiltà contadina attraverso l’azione di protagonista che, in una fitta trama di vicende, vive drammaticamente l’esperienze dei cambiamenti politici e civili della società dal fascismo agli anni 70” (Martelli - Faralli).


Tali sono i motivi anche del teatro di d’Acunto  che cerca  di entrare nella psicologia popolare del dopoguerra, ritraendo spesso in chiave comica “la paranoia della roba diffusa nel ceto rurale” (Martelli - Faralli). Da qui nasce “Mo ‘ze sposa Celesctrino”  (1945) che successivo a “E’ menuto Celesctrino” ripropone il primo lavoro, di autori diversi, aggiornato ai cambiamenti sociali del dopoguerra.


Ma il d’Acunto migliore, a mio avviso, è quello che propone la tematica intimistica, “tematica di struggente e umbratile scavo interiore, in cui tensione sentimentale, ricordo e meditazione religiosa costituiscono gli elementi più ricorrenti e persuasivi” (Martelli - Faralli). E siamo a “I Giorni indefiniti” in cui riflessi foscoliani, leopardiani, carducciani, pascoliani nonché d’Annunziani si fondono per dare un risultato d’eccellenza: “Una favola bella/ nel silenzio remoto tu racchiudi/ solitudine amica/… Tutta una vita ho speso per un sogno/ e per un sogno meditando ancora/  strade percorro e strade/…con la malinconia per compagna:/ un duro patimento l’esser nati/… Forse amandoti t’odio,/ solitudine amara/…” (da “Solitudine”). “Nell’incerto risveglio delle cose/ riecco un altro giorno che percorre/ altro triste domani./ Ieri un ricordo, oggi un’illusione;/ domani un sogno breve/ che l’alba sciuperà” ( “Alba”).


Pare di respirare, spesso nei versi, il profumo dei luoghi e di poter  riappropriarsi dello scandire del tempo o dell’evolversi delle stagioni, emozioni e sentimenti soffusi spesso di un velo di tristezza per le speranze ed i sogni svaniti.  (“Dice la  primavera”, “Il Tempo e questa inutile avventura”, “Chi sei tu che ritorni”).


La tensione intimistico/religiosa è più che mai espressa in “Non mi stare lontano “ E ancora “Dov’è la mia fede”, “Proteggimi, o Signore”, “Resta con me, Signore .


Si può trarre spunto dai pochi versi: “Non mi stare lontano, mio Dio,/…In tutte le cose ti vedo/ nel Tutto e nel nulla tu sei /Della tua voce millenari silenzi son colmi…per capire il vero sentire dell’autore, lo smarrimento umano di fronte all’incommensurabile, la richiesta profonda e sincera di aiuto.


Mi piace concludere con “Concedi la tua pace” che l’intensità del contenuto  eleva a lirica e che il palpito segreto dell’animo trasforma in preghiera: “Signore,/ fa’ che risplenda ancora la Tua luce/ nel mio cuore assetato di bene/ed all’anima mia in catene/concedi la Tua pace. /Che il soggiogato tuo spirito s’apra a un miraggio di quiete/ serena or che spenta è per sempre la sete/ d’ogni speranza terrena./ E sulla zolla,/ o Signore,/ dalla mia spoglia nutrita,/ sbocci a ricordo un fiore:/ dischiusa la corolla/ a un sorriso di stelle/ come l’anima mia sopita/ ed azzurra/ come il mio sogno/ invano sognato”. 


 


 


   Mariolina Perpetua               

giovedì 11 dicembre 2008

Commenti sul

libro RicciSul libro del mese, Vite dei Santi, di Nino Ricci, abbiamo ricevuto una critica dettagliata dalla canadese Josée di Tommaso,  e un intervento di Michela Baldo, che inseriamo nel post successivo. Ecco, invece, i vari commenti pervenuti:


 


Stefania - Il titolo del libro mi ha disorientata. Non l’avrei mai comperato se non mi fosse stato detto di che  trattava. Sarebbe interessante sapere dall’autore perché ha accettato dal suo editore un titolo così equivoco. L’ho trovato comunque molto bello. Mi è piaciuta in particolare la descrizione precisa e dettagliata dei personaggi, soprattutto quando parla di Cristina, la sfortunata madre, e del paese Valle del Sole.


 


Stella - Bella la figura della madre che si va delineando nel racconto del figlio, un bambino di 7 anni.


Bella perché emerge con la sua fierezza e la sua forza in contrapposizione al conformismo del piccolo mondo paesano.


Bella nella sua tragica evoluzione: sposata ad un uomo inetto che emigra lasciandola con un bambino piccolo, da lei allevato con un amore istintuale e vitale, cerca di appagare la sua voglia di vivere attraverso incontri clandestini che le procurano una nuova gravidanza, a cui non rinuncia, incurante dello scandalo suscitato; Affronta da sola con il figlio un lungo viaggio in nave con la speranza di una situazione migliore, ma soccombe ad un destino crudele che le riserva la morte per parto durante la traversata.


 


Annamaria -   Lo sguardo che porta il romanziere su queste storie di emigrati e di radici perdute è profondo, sembra autobiografico. Lo è???


 


Daniela - Sono contenta di aver scoperto questo autore che non conoscevo. Mi è piaciuta questa saga familiare lunga di 20anni.


 


Sandra - Per me, che l’avevo già letto alla sua uscita nel 1994, avevo trovato la visione di Ricci del Molise del 1960  un po’ troppo arcaica, probabilmente pescata dalle letture fatte dall’autore,  quindi non reale. Però il romanzo è molto bello e Ricci ha saputo nei due libri successivi intrecciare le storie, i sentimenti umani,  le atmosfere in modo avvincente, coinvolgente.


 


Maria Pia - L’ho letto con molto interesse perché una parte della storia è ambientata nel Molise ma anche perché è scritto davvero bene. Vorrei poterlo leggere in inglese per capire quanto c’è della traduttrice in queste pagine. 


 


Giulia -  Io ho letto  La terra del ritorno. Mi pare che sia la stessa cosa o no?


 


Giovanni -  Ogni lettore e lettura  ha i suoi tempi. Ricordo che da giovane leggevo avidamente i romanzi di avventura. Poi sono venuti i gialli, i romanzi d’azione, i romanzi-storici. Insomma le mie letture evolvevano come il mio carattere. Ora, in questa fase della vita, quest’opera,  l’ho trovata un po’ ostica, non sono riuscito a far mia la storia di questa donna fedifraga, il cui marito è partito per l’America e che si concede ad un  bel soldato. Non è la scrittura, che ho trovata invece limpida, chiara,  ma la trama iniziale, che mi ha reso poco partecipe. Probabilmente, per me, non è il momento giusto per questo tipo di romanzo, chissà…. 


 


Pina - Bello, struggente il romanzo, ma altrettanto bello il romanziere. Gabriella perché non me lo presenti, è sposato?


 


Per rispondere ad Annamaria, il romanzo non è autobiografico anche se ispirato a fatti e situazioni reali. In quanto a  Giulia,  La terra del ritorno è il titolo della trilogia pubblicata dall’editore Fazi che contiene Vite dei Santi, La casa di vetro e Il fratello italiano. Tutti e tre i volumi sono stati tradotti in italiano da Gabriella Iacobucci


La terra del ritorno è anche il titolo del film tv diretto da Jerry Ciccoritti e interpretato da Sophia Loren nella parte della zia del protagonista e Sabrina Ferrilli in quella della madre Cristina.


La traduttrice fa sapere a Pina che sì, Nino purtroppo è felicemente sposato con una bella ragazza canadese, scrittrice anche lei, e ha un figlio che si chiama Luca.


 


Per la bibliografia completa su questo autore, vi rimandiamo al "sito di Nino Ricci" che trovate nei link a destra di questa pagina.


 


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Vite dei Santi, recensione in francese:


Sous le signe du serpent


par Nicole Zand


D’origine italienne, comme son nom l’indique, Nino Ricci – né en 1959, cinq ans après l’arrivée de ses parents au Canada – semble s’être immergé, comme s’il y avait toujours vécu, dans un village de Molise dont sa mère est originaire pour nous donner cet adieu à l’enfance au titre étrange : « Les Yeux bleus et le Serpent ».


Vittorio Innocente, le narrateur, vit dans un village des Appennins qui semble isolé du monde moderne, avec sa mère Cristina, et son grand-père. (…)…  Il n’a pas tout à fait sept ans, le premier âge de raison, quand va se produire le tournant de son existence : «Si cette histoire a un commencement, si un geste suffit à briser la surface des événements, tel un galet décrivant  d’innombrables ricochets sur la mer, ce moment s’est produit par une chaude journée de 1960, dans le village de Valle del Sole, lorsque ma mère a été mordue par un serpent.»


…. (…) Tout un monde de symboles psychanalytiques, chrétiens, paїens, magiques, qui se répondent d’un bout à l’autre du livre, imbriqués à tel point que l’explication freudienne (ou jungienne), trop tentante, ne saurait seule en rendre compte. S’il n’y avait, plus fort que toute interprétation rationnelle, le pouvoir d’une fiction qui, avec ses fantasmes, ses rêves et ses obsessions, nous fait passer de l’autre côté du miroir grâce à la recherche d’un temps perdu par un enfant de sept ans. 


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mercoledì 3 dicembre 2008

Commenti e soluzioni su Don DeLillo

delillo l 


Commento di Wick su L’uomo che cade di Don DeLillo


Ecco, ho finito l’ultimo di DeLillo che avevo tanta fretta di leggere. E mi è piaciuto? Sì, certo che mi è piaciuto.
Prima di tutto c’è la scrittura, come al solito eccezionale. E non mi sarei aspettato niente di meno, sia chiaro. La capacità di Don DeLillo di creare questo vuoto pneumatico attorno ai suoi personaggi è sempre da brivido: il suo stile è austero, algido, spietato. È impietoso con i suoi personaggi e li mantiene sempre ad una certa distanza, così come la mantiene dal lettore: non ti rende simpatici i protagonisti, non te li fa compatire, non ti fa immedesimare. Insomma, non ti dà di gomito mentre ti racconta una storiella (come fa, ad esempio, un buontempone come Pynchon), ma ti mette lì davanti alla sua visione della vita, nuda e cruda.
E la storiella in questione, L’uomo che cade, parla dell’America dopo l’undici settembre, e lo fa senza mai nominare l’undici settembre: viene chiamato sempre “il giorno degli aeroplani”. E già in questo non nominare il giorno della catastrofe si può vedere la reazione che i personaggi hanno all’attentato, questo dettaglio così piccolo ma così evidente è solo uno dei tanti esempi che potrei fare della scrittura geniale, minuziosa e affascinante di DeLillo.


 


 


 


Commento del Sig.Carlo su L’uomo che cade di Don DeLillo


Ce ne ho messo di tempo per finire di leggere questo libro: troppo, se si pensa che non è per niente grosso, circa 250 pagine. Dipende in gran parte da me, che non mi ci sono proprio immerso, a causa di vari altri impegni, ma c’è qualcosa nella scrittura di DeLillo che mi rallenta incredibilmente.


DeLillo è asciutto ed essenziale. Freddo e spietato. Forse è questo che rallenta il mio coinvolgimento e la lettura.


A parte queste considerazioni inutili, il libro è bellissimo, probabilmente anche per merito di questo suo modo di scrivere. Parla dell’America durante e dopo l’11 settembre, dopo l’attentato. Anche se in realtà non parla proprio dell’America, ma più che altro delle persone, di un certo numero di persone. L’attentato, gli aeroplani contro le torri, l’evento che ha sconvolto il mondo intero è quello che unisce le loro storie e che ha stravolto le loro vite, ma a parte questo il libro è fatto dai personaggi, dal loro affrontare la vita dopo la catastrofe. Dalla loro consapevolezza che niente sarà più lo stesso.


www.blogdegradabile.net


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Risposte a “Domande per voi” su Don DeLillo


Qual è il titolo originale dell’opera?


Il titolo originale dell’opera è “THE NAMES”


Di che paese molisano sono originari Pietro e Lina, genitori di Don?


I genitori di Don sono di Montagano  (provincia di Campobasso)


In quale quartiere newyorchese ha vissuto Don durante la  sua infanzia?


Il quartiere è il Bronx


Quale scrittrice italiana ha introdotto le opere di DeLillo in Italia quando era ancora un perfetto sconosciuto?


Fernanda Pivano


Quale romanzo di questo scrittore tratta dell’assassinio di John Kennedy?


Libra


Il suo ultimo romanzo, L’uomo che cade (Falling Man) di che cosa parla?


Dell’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001


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Le risposte sono state date da: Giovanna, Simo, e Francesco.


 


 

giovedì 13 novembre 2008

Luigi Antonio Trofa, la sua poesia, le sue canzoni

Di   Luigi Antonio TROFA abbiamo ricevuto un interessante articolo del Giornalista Giuseppe Tabasso, il cui padre, musicista, mise in musica le parole del poeta.  Molte poesie di Trofa divennero grandi successi canori. 


 


Dice, infatti, Giuseppe Tabasso:


«Nel 1928 Trofa pubblicò RIME ALLEGRE, "Scorribanda scapigliata nella politica, nell'arte e nelle varie manifestazioni di vita locale" (pagg. 381, Società Tipografica Molisana), un volume che non comprende tutta la sua fertile produzione. Ne posseggo una rara copia dedicata a mio padre, il musicista Lino Tabasso che con Trofa stabilì il sodalizio artistico molisano di maggior successo negli anni '20 e '30. La produzione del binomio, in italiano e in dialetto ferrazzanese, è ricca di oltre trenta brani, molti dei quali sono per fortuna ancora popolari, tra cui le due "lettere americane" da voi riportate sul sito e, mi piace ricordare per il loro spessore letterario e musicale, almeno: "Chi sa perché", "Cuncierte". "Canzona de' ll'ua", "Vennegna", "L'amore mié" e "Pizzéche e vasce"»


 


 


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Luigi Antonio TROFA e Lino TABASSO


 


QUANDO LA POESIA INCONTRA LA MUSICA


 


di Giuseppe TABASSO


 


Le canzoni del binomio Trofa-Tabasso, come del resto quelle dei binomi successivi con Emilio Spensieri e con Tonino Armagno, venivano composte per il puro piacere di fare musica e poesia: basti pensare infatti che né Trofa né mio padre erano iscritti alla SIAE, la società degli autori che tutela e garantisce i diritti d’esecuzione. In Trofa mio padre aveva trovato il suo Di Giacomo, mentre Trofa doveva aver trovato in mio padre il suo Tosti: una loro composizione significativa in questo senso fu la delicatissima, quasi una romanza Madonnina pallida. La poesia di Trofa spaziava infatti dal dannunzianesimo al carduccianesimo, dalla migliore tradizione partenopea a Lorenzo Stecchetti (per il gusto dell’ironia: vedasi Ah! Si! No!). Né si rassegnavano al solo repertorio molisano, romanticamente convinti che la loro produzione potesse spontaneamente affermarsi in campo nazionale: insieme, infatti, scrissero brani come Amor tiranno, Fuoco fatuo, Solitaria, Zingaresca e perfino una composizione augurale, molto apprezzata in casa Savoia, scritta per la nascita, nel 1934, della principessa Maria Pia.


Quei brani rimasero tuttavia inediti, anche perché per affermarsi in campo nazionale bisognava pur fare qualche puntatina a Napoli, a Milano oppure a Roma dove l’EIAR poteva decretarne il successo. Sta di fatto che essi non componevano per il mercato, anzi l’idea stessa di mercato appariva loro un oltraggio all’arte.


Quel loro piacere creativo era tuttavia laboriosissimo perché Trofa mal si adattava - anzi, non si adattava affatto - a comporre col cosiddetto mascherone, sulla base cioè di una specie di griglia numerica predisposta su un motivo già esistente ma privo di versi, in uso tra i cosiddetti parolieri, specie di quelli napoletani, anche illustri, che mio padre aveva frequentato da giovane. Trofa infatti li trovava quasi un insulto alla sua creatività, anche se poi riconosceva che un bel motivo, nato per suo conto, doveva pur essere vestito di versi. Per fortuna Trofa, che aveva un forte senso dell’umorismo, era perfettamente in grado di usare il mascherone, e mio padre sapeva altrettanto benissimo che i suoi rigetti rientravano in un puro, reciproco gioco di condizionamento, affinché la musica fosse al servizio della poesia, e viceversa. Alla fine, quando il musicista si trovava tra le mani dei versi in sé perfetti, finiva regolarmente col cedere al poeta, anche se poi gliela faceva pagare imponendogli troncature, piccole modifiche e cesure (cesure? - urlava Trofa - ma queste sono censure!). Le “trattative” terminavano spesso con un lasciamo perdere, non se ne fa nulla e, magari, con un ci penserò. Trofa ci ripensava, ma alla fine il prodotto risultava regolarmente di reciproco gradimento. A giudicarle oggi, quelle sedute, alle quali assistevo da bambino con enorme curiosità, erano una vera e propria osmosi tra due temperamenti per tanti versi simili e, per di più, uniti da un’amicizia profonda. Lo scoprii quando mio padre fu svegliato in piena notte perché accorresse al capezzale di Trofa. “Papà sta morendo - annunciò trafelato uno dei due figli, non ricordo se Mario o Gino – dice che vuole vedervi”. Smise di vivere poche ore dopo (mi pare per un tumore ai polmoni: infatti lo ricordo con una sigaretta perennemente in bocca) e mio padre fu l’unica persona, oltre ai familiari, a stargli vicino fino all’ultimo respiro. Era l’anno 1934.


 


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Dopo questa bella e commovente testimonianza di Giuseppe Tabasso,  che ringraziamo, ecco le risposte a “Domande per voi”. L’unico a rispondere a tutte le domande è stato Pasquale:


 


·        Trofa è nato a Ferrazzano nel 1879


·        Ha scritto su numerose riviste locali quali: Il gufo, Sci-ta-bum e La Rivista del Molise


·        Per le sue poesie dialettali, Trofa utilizza, ben inteso, il vernacolo di Ferrazzano


·        Il poeta contemporaneo di Trofa, con lo pseudonimo di “Minghe conzulette” è il medico Giuseppe Altobello


·        Il poeta si era aperto ai fermenti futuristi dei primi del Novecento


·        Dal 1913 Trofa cerca di sprovincializzare la letteratura locale producendo opere poetiche in lingua italiana


 


 


Gli amici canadesi nei links di destra troveranno la vita e l’opera di L.A. Trofa in inglese (traduzione di Luigi Fontanella) di Giambattista Faralli.

giovedì 23 ottobre 2008

Scopriamo insieme l'autore











… Sembra una piazza di mercato: chi sale, chi scende, chi frettolosamente raccoglie borse e libri, chi ancora si affanna con le fotocopie, chi insiste sulla Moratti e la Bocconi, chi cerca il segretario, chi controlla per l’ultima volta il progetto per le Olimpiadi di Fisica, chi si ricorda che si deve far circolare l’avviso per l’incontro di Educazione alla Salute, alle ultime due ore, per le classi terze.


   Preside, adesso salgo a far lezione. Poi scendo e telefoniamo all’Assessore.


   Dio, è appena trascorso un quarto d’ora, e già siamo tutti in piena fibrillazione!  


 


… E così cerco di spiegargli quello che neanche io so bene, perché la filosofia non ti dà le certezze, quelle che tutti vorrebbero avere – sarebbe bello, sarebbe facile! – ma che invece sfuggono via come farfalle della nostra mente in ebollizione, e allora tutti cerchiamo, abbiamo – dobbiamo avere dubbi, perché poi in fondo solo così siamo veramente umani. E ci affanniamo a cercare pace e purezza , e non ci convinciamo che il mondo debba essere così com’è, con tutte le sue ingiustizie e i suoi errori e le sue lontananze abissali, che cerchiamo invano di ricoprire semmai con le utopie di un sogno da avverare, ma che ci sfugge continuamente davanti come un orizzonte entusiasmante ma impenetrabile.


 


… Ecco: più ricordo e più mi si fanno chiare le idee. E il presente si ricongiunge pian piano al passato prossimo di appena una mezza giornata fa.


   Ora che ci ripenso, la botta finale è stata scoprire che Susy mi amava anche lei e che la pensava come me e che finalmente non ero più solo e che era giunto il momento di fare qualcosa di decisivo. Qualcosa che ci facesse sentire vivi, forti, appassionati. Qualcosa che urlasse la nostra voglia di sentirci contro. E di dimostrarlo finalmente agli occhi di tutti. 


 


ESTRATTO DA :


UN PARADISO TRISTE


di Francesco Francesco Paolo Tanzj


Edizioni Tracce


 





 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 


 




Domande per voi:


Quali sono le voci narranti di questo romanzo?


In che ambiente e in che epoca si svolge l’azione?


Tra i personaggi quali hai sentito più reali?


Puoi esprimere un parere sul romanzo?


Francesco Paolo Tanzj è nato a Roma. In che paese vive nel Molise e che professione svolge?