lunedì 9 agosto 2010

Incontri di lettura, intervento dell'editore Enzo Nocera


PIETRO CORSI



RIPABOTTONI



DOMENICA 8 AGOSTO 2010



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di Enzo Nocera





E’ con vero piacere che partecipo, a questo incontro organizzato da Gabriella Iacobucci e devo dirlo, con molta simpatia, sia come operatore culturale che come editore – direttamente interessato –



devo aggiungere che questa è una scelta importante per la diffusione e la promozione della lettura.



In Italia si legge poco e nel Molise ancora meno per cui iniziative come queste sono veramente uniche ed importanti per diffondere e far nascere il gusto ed il piacere della lettura soprattutto nei giovani.



Non è’ la prima volta che parlo di Pietro in pubblico, dei suoi libri, e devo dire subito, la mia sarà una testimonianza sincera.



Il mio rapporto come editore e come amico si è svolto anche nella pubblicazione di alcune opere di narrativa.



Sono quasi trent’anni che dura l’amicizia con me e l’avventura-viaggio di Pietro Corsi.



Inizia nel 1982 con la pubblicazione de “La Giobba”, terzo volume della Collana editoriale periodica “Narratori” delle Edizioni Enne.



Un sodalizio quello con Pietro combinato da un amico comune Giose Rimanelli, Giose che sento fortemente presente, anche oggi, in questo momento, in questo incontro.



 



“La Giobba” parola di significato doppio: “Giobba” come lavoro e “ti faccio la giobba” per dire



ti faccio la pelle, ammazzare.



Dico questo perché quando lessi per la prima volta i due racconti del romanzo “ “Onofrio Annibalini” e  “Rob Perussi” pensai a questo titolo, la parola “giobba” legava infatti le due vicende e i due racconti.



Due racconti di emigrazione, un inizio di narrativa da parte di Pietro Corsi emigrato molisano,



emigrato dalla doppia vita come tanti molisani addirittura tripla nel caso di Pietro, tripla vita e vitalità:  come pensiero, come linguaggio e come comunicazione.



Forma e lingua, addirittura quadrupla, nel caso di Pietro: italiano, francese-canadese, inglese-americano e messicano.



 



Tutti questi stimoli diversi li vedo ancora come ingredienti di uno shaker; agitati e poi versati in tanti libri...



Nello shaker c’è anche l’acqua, l’acqua del mare, che come un’onda ricorre e si rincorre: da “La Giobba” del 1982 a “Ritorno a Palenche” del 1985, a “Omicidio in un paese di cacciatori” del 2000



sempre nella collana “Narratori”, un’onda lunga che ci ha accompagnati per tanti anni e che ogni anno ritorna.



Partenze che non sono partenze; ritorni che non sono ritorni, sempre ad inseguire il sole tra l’Italia,



la California ed il Messico.



 



Tanti anni tanti libri, ambientati in tanti luoghi, tanti luoghi diversi, come possono apparire agli altri, per me, tutti questi luoghi sono sempre stati i luoghi della memoria di Pietro, tanto è vero che, per me, Pietro rimane sempre nel Molise: a Casacalenda, la piccola patria, il piccolo porto di mare, sicuro, stabile, fisso, nella mente e nella memoria.



Questo gli ha permesso e gli permette, - novello Ulisse - di affrontare le onde del mare, il mare aperto, tanto c’è il porto sicuro per la mente ed il corpo: Casacalenda- Molise.



Questa è la mia testimonianza, ed è anche la risposta alla domanda che mi sono posto in questo giorni: “chi è Pietro Corsi per me?”; Pietro è l’amico sincero di sempre e non ho mai avuto paura di perdere la sua amicizia fraterna, la sua stima sincera.



 



La ricerca di Pietro Corsi non è mai stata una ricerca materiale, esteriore, ma è stata soprattutto



una ricerca spirituale, è stato un recupero, - come lo è per molti molisani, - un recupero delle proprie radici.



Gli orizzonti man mano che si sono presentati  sono stati conquistati e superati. Ma dopo, dove si è ritrovato Pietro l’emigrante, Pietro il navigatore, Pietro il marinaio ?



Superati tanti orizzonti, tanti mari, tante montagne, tanti porti -  si è ritrovato e si ritrova a Casacalenda, il paese “fatto a croce”, il paese di Giose Rimanelli, dove Corsi non ha mai preso né sarà mai contagiato, né si ammalerà di una malattia qual’è quella del “morbo dell’ozio”, questa malattia l’ha scongiurata, esoterizzata direi... in uno dei suoi ultimi romanzi, una malattia inventata



da lui, da Pietro Corsi, una malattia che si diffonde per tutto il paese, come un baco – diremmo  oggi –  l’ozio come mancanza di vita, una sorte di maleficio, una malattia del corpo e della mente che porta alla morte, alla follia…



E chiudo con un grazie a Pietro per quello che ci ha dato e che – son sicuro – per quello che ancora ci potrà dare.



Enzo Nocera

martedì 22 giugno 2010

Trofa, Marìteme m'ha scritte....


A richiesta inseriamo la versione completa delle due poesie-canzoni di Luigi Antonio Trofa "Marìteme m'ha scritte..." e "Muglièrema ha respuòste", di cui troverete sul blog (2008)  una descrizione del giornalista Giuseppe Tabasso:



 



MARITEME  M‘HA SCRITTE                     



 



Carìssema Tresàngela,                                            



sòng’arrivato bbène;                                    



madonna e quanta trène                                         



ce stànne a ‘sta cità!                                    



Le casere so’ àvete                                                  



Comm’a ru campanàre,                                           



la ggiòbba* ru cumpare                                          



me l’ù truàta ggià…                                                 



 



Ma chélla ch’è terribbèla,                           



Tresàngela, è la lénga!                                            



Qua, ùne che scellénga                                            



ze dice ca: nò stén…*                                   



So uomméne* le fémmene,                         



ri màschere so’ mèn*                                              



e yes, a Brucchelì*                                                   



segnìfeca: pe’scì!



 



Diécche pe’ ru divìvere



ze passa bunariélle



però ru zanzariélle



è assùtte cpmm’à ché…



Qua la bevanda ‘còlica



nesciùne la po’ vénne…



Ce crìde tù?... Vatténne,



so’ chiacchiere, Tresé.



 



Ma chélla ch’è terribbéla,



Tresàngela, è la lénga!



Se truòve a chi t’anzénga



cumiénz’a ggastemà.



T’ammàtte che ‘na ggiòvena,



*sciacchènza siente fa…



*natìnga, a Bufalò*



segnìfica: pe’nno!



 



Tresà, qua la sciammèreca



z’aùsa p’ogne gghiuorne,



nen g’è bbrevògna o scuòrne



pe’ chi ze lo vò fa.



Pe’ chésse spisse càpeta



ca scàgne pe’ nnutàre



ru prime sapunàre



che tròvez’a passà!



 



Ma chélla ch’è terribbéòa,



Tresàngela, è la lénga!



Tu tié chéssa zerlénga…



ma se mmenìsce qua,



o pòvera Tresàngela,



che bbularrìsce fa?



Ru *accìse, sa ched’è



Ru càsce, sòre sé!







 



Questa poesia-canzone svela lo smarrimento e la meraviglia del povero emigrante appena giunto in America. Le parole tra virgolette o con asterisco si riferiscono a termini inglesi, o slang americano. Per esempio: Giobba (the job) occupazione; nò stén (not understand) non capisce; uomméne (women) donne; Brucchelì (Brooklyn); natìnga (nothing) niente; sciacchenza (to shake hands with) stringiamoci la mano, facciamo amicizia; accise (cheese) formaggio; sore sé (sorella mia).



 



***°°°***



Risposta di Tresangela (Teresa Angela) alla lettera di Domenico



                                                                                                                                



 



MUGLIEREMA  M‘HA RESPUOSTE                  



 



Carìsseme Dumìneche,                                            



rispònde a la tua cara,                                             



ca pure la cummàra                                     



te mànn’a a salutà.                                                  



Me pare miéze sécule                                             



Da quànne scié partùte,                                           



mò cònte ri menùte,                                    



pe’ te puté abbraccià!                                              



 



Chélla ch’è ‘nzuppurtàbbela,                       



Dumìneche, è la notte…                                           



Penz’a le capelòtte                                                   



Che faciavàme nu’.                                                  



Mo vòtete e revòtete,                                              



j’ nen te tròve cchiù,                                    



e pènze: mo chi sa                                                   



Dumìneche che fa!



Ru ceterìlle màschere



sta pe’ spuntà ri diénte,



che péne e che trumiénte,



che chiàgne che ze fa…



‘SSa mmaledétta 'Mèreca



jè ppèje de le ‘mbèrne,



prèg’a ru patratèrne,



Dumi’, ‘nte ‘mbriacà !



 



Chélla ch’è ‘nzuppurtàbbela,



Dumìneche, è la notte...



te chiàme e nen m’abbòtte



de chiamà sèmp’a tté;



me sònne cose stròbbele,



strappìcce, maramé,



jnòtte j’me sò



sunnite a ru popò!



 



Dummì, fa l’òme, addósera,



la sera, quann’è scùre,



vatténne mùre mùre,



fa cùnte ca ‘gne sta.



Attiénte a chésse fémmene,



‘sse bbrùtte bbesenìsse*



se siénte… pìsse… pìsse



t’avìscia rrevutà!



 



Chélla ch’è ‘nzuppurtàbbela,



Dumìneche, è la nòtte…



ru càpe miè è ‘na votte,
me vòlle comm'a cché...



Me ze ne vò ‘scì l’alema,



che fuòche bbène mié…



allora llà pe’ llà,



me vularrìa ‘mbarcà!



 



*besenisse (business) affari                                                        



 



***°°°***



MI HA SCRITTO MIO MARITO



Carissima Teresàngela



sono arrivato bene;



madonna! quanti treni



stanno in questa città!



Le case sono altissime



come campanili,



il lavoro il mio compare



me l’ha trovato già…



 



Ma quello che è terribile,



Teresangela, è la lingua!



Se uno qua s’imbroglia,



gli dicono «no stèn».



Sono «uòmmene» le femmine,



i maschi sono «mèn»;



 e «yes» a Brooklin



 Vuol dire: sì!



 



Or qui, riguardo ai viveri,



si campa per benino,



però ‘sto gargarozzo



è asciutto sempre più…



Qua la bevanda alcolica nessuno la può vender…



Ci credi tu?... Ma scherzi!



son chiacchiere, Tresé…



 



Ma quella ch’è terribile,



Tresàngela, è la lingua!



Se trovi chi t’insegna,



cominci a bestemmiar…



T’imbatti in una giovane,



«siacchènza» senti dir…



«natinga», a Bufalò,



vuol dir soltanto no!



 



Tresà, qua il batti chiappe



si adopera ogni giorno,



non c’è vergogna o scorno



per chi se lo vuol far.



Per questo, spesso capita



che scambi per notaro



il primo saponaro



che trovasi a passar!



 



Ma quella ch’è terribile,



Tresàngela, è la lingua!



Tu ce l’hai tanto lunga…



ma se venissi qua,



o povera Tresàngela,



cosa vorresti far?



«l’accise» sai cos’è…



il cacio, amica mia



 



MIA MOGLIE MI HA RISPOSTO



Carissimo Domenico,



 risponde la tua cara



ché pure la comare



Ti manda a salutar.



Mi sembra mezzo secolo



da quando sei partito,



e già non vedo l’ora



di poterti riabbracciar!



 



Quella che è insopportabile,



 Domenico, è la notte…



 ripenso alle capriole



 Che facevamo noi.



 Ora, voltati e rivoltati,



 non ti ritrovo più,



 e penso: ora chissà



 Domenico che fa!



 



C’è che al bambino maschio



stanno spuntando i denti,



che pena e che tormento,



che pianti che si fa!...



La maledetta America



è peggio dell’inferno,



ma prega il padreterno,



Domenico non t’ubriacr!



 



Quella ch’è insopportabile,



Domenico, è la notte…



ti chiamo e non mi sazio



 di sempre chiamar;



mi sogno cose strane



ed assai brutte, ahimé,



stanotte, su per giù,



ho visto belzebù!



 



Dumi’, fai l’uomo, ascoltami,



la sera quand’è scuro,



sparisci muro muro



come non fossi là.



Bada a codeste femmine,



son tutte per l’affare,



se senti… pisse… pìsse,



ti avessi tu a voltar!



 



Quella ch’è insopportabile,



Domenico, è la notte…



la testa è ormai una botte



che bolle sempre più…



Già se ne vola l’anima,



che fuoco, caro ben,



allora là per là io mi vorrei imbarcar!



 



Tratte da Pampùglie, di Luigi Antonio Trofa, raccolta di poesie in vernacolo ferrazzanese, pubblicata a  Roma  maggio 1973.



La versione italiana è di Mario Trofa