mercoledì 27 giugno 2018

DOV’ERI NEL 68? Piccola inchiesta di Molise d’Autore tra alcune scrittrici e artiste molisane.


di Gabriella Iacobucci

foto fondazione Einaudi
Sono trascorsi i primi cinquant’anni da allora, e il Sessantotto, raccontato e celebrato, entra a far parte ufficialmente della Storia. Stampa, radio e televisione riportano la cronaca di quelle giornate e di quei fatti, i protagonisti rievocano quello che successe per le strade, nelle fabbriche, nelle scuole. Dappertutto mostre consacrano le avanguardie artistiche nate in quegli anni, e i critici letterari commentano i libri che segnarono una svolta…
 E qui nel Molise? Come arrivò il vento della contestazione giovanile?
Abbiamo pensato di chiederlo ai nostri amici, ovvero al piccolo cenacolo letterario e artistico di Molise d’Autore.

Dov’erano, ad esempio, nella primavera del ’68, e cosa facevano? erano studenti o insegnanti? E come avevano vissuto quell’esperienza? Avevano qualche ricordo particolare da raccontarci? E altro, se possibile.
 Io ad esempio ero una giovane insegnante di lettere alle prime armi al Liceo Scientifico di Campobasso, allora sito nell’attuale Conservatorio di Musica di via Principe di Piemonte, e solo a Roma, nei successivi anni 70, avrei vissuto in prima persona l’impatto con i grandi cambiamenti in corso. Di quell’anno al Liceo Scientifico ricordo le assemblee degli studenti, le occupazioni, le lezioni autogestite, e gli insegnanti divisi tra coloro che spalleggiavano i ragazzi (di qualcuno si vociferava scandalizzati che gli portasse viveri e coperte per la notte durante l’occupazione) e coloro che si irrigidivano nelle loro posizioni conservatrici e giudicavano quel marasma solo un’occasione per i giovani di  fare un casino autorizzato. E in parte era vero, visto che tra gli attivisti più impegnati c’erano, neanche a farlo apposta, molti degli alunni che in classe erano i più apatici e svogliati.
Tornando ai nostri amici, presto ci siamo resi conto che qualcuno nel ‘68 non era ancora nato o faceva solo le scuole medie, altri vivevano fuori del Molise o ancora non vi si trasferivano.
Abbiamo pensato di interrogarli lo stesso. Conoscendoli, eravamo certi che qualcosa nell’aria avevano captato ugualmente, e che comunque avevano qualcosa da dire. Non ci sbagliavamo, infatti le loro testimonianze ci offrono punti di vista diversi, insoliti e interessanti.
Articolo apparso in questo numero del Bene Comune


E sono quelle di Giuseppina Fusco, allora insegnante (l’unica che viveva a Campobasso) e poi autrice del fortunato romanzo autobiografico “Un corvo nel cuore” (Ed Filopoli), Elvira Delmonaco, anche lei ex insegnante e autrice di “L'ombra della morgia”, un libro di racconti ambientati a Pietracupa (Book Sprint Ed), Simonetta Tassinari,  affermata scrittrice ( suo ultimo romanzo “La sorella di Schopenhauer era una escort”, ed. Corbaccio), Rita Frattolillo, nota studiosa e autrice di saggi, e ultimamente di un romanzo autobiografico intitolato “Le ali del ritorno”, Barbara Bertolini, giornalista e blogger di origine emiliana trapiantata in Molise, sua ultima pubblicazione “E qui, almeno, posso parlare?”, e Loreta Giannetti, italocanadese, che è stata Addetto Culturale all’Ambasciata Canadese a Roma e ha fondato a Casacalenda il CIAM, centro internazionale dell’acquerello molisano.
***
Giuseppina Fusco   
Nella primavera del ’68 insegnavo alle Magistrali, italiano e storia, cattedra. Per la prima volta avevo un triennio superiore. Un lavoro impegnativo, che mi teneva sui libri ogni pomeriggio, ogni sera, talvolta anche parte della notte. Mi preparavo con diligenza e con passione. Del resto due-tre anni prima, quando mi ero laureata, avevo detto a me stessa: “Beh, ora finalmente puoi studiare sul serio!”. Avevo già lavorato. Quattro anni alle medie, di cui tre prima di avere il titolo,  un anno al ginnasio, due-tre mesi al magistrale. Ma era la prima volta che affrontavo una cattedra così impegnativa. Assorbita come ero dal lavoro, tendevo a chiudere fuori il mondo intero. Un paio di volte a settimana compravo un quotidiano, in genere Paese Sera. Leggevo con avidità, ma mi parevano cose di un altro mondo. Continuavo a sentirmi come in una bolla d’aria. Una piccola città di provincia, una enclave protetta, dotata di un suo microclima dove non giungono i venti delle tempeste.
Ne avevo avuto prova all’inizio dell’anno scolastico, quando in un Collegio Docenti si era parlato di “Lettera ad una professoressa”, il libretto di Don Milani, di cui avevamo trovato delle copie qualche giorno prima sul tavolo della sala dei professori. Si era detto in sordina che era stata un’iniziativa della preside. Nel Collegio, però, c’erano state voci di condanna, addirittura di ripulsa per i contenuti di quel libretto. Io lo avevo letto con fervore e mi ero ripromessa di diventare, per quel che stava a me, un’insegnante adatta ai ‘ragazzi di Barbiana’: ce l’avrei messa tutta.
Ma anche questo impegno etico e professionale, lo vivevo come un fatto solo mio, nel chiuso della mia mente, senza coglierne la dimensione politica. E senza capire che da soli non si cambia niente. Ci si salva l’anima, forse, ma la sostanza delle cose non cambia. Avrei dovuto leggere di Don Milani anche “Lettera ai cappellani militari” e “Lettera ai giudici” per capire. Ma non sapevo manco che c’erano.  Restavo inquieta, ma senza sapere cosa fare. E certo non mi rendevo conto che il mondo premeva, inesorabile, e non immaginavo che avrebbe portato la sua tempesta anche nella mia piccola enclave. 
Era già cominciato quello che sarebbe stato poi denominato il 68. C’era la guerra del Vietnam. Già da almeno tre o quattro anni le Università americane erano in fermento, leggevo di contestazioni studentesche a Berkeley e ad Harvard …Ma c’era stata, nella primavera di quell’anno, la vicenda orribile di My lai. La  ribellione studentesca nelle Università americane era divampata più violenta,  come se quella strage di inermi, di donne, vecchi e bambini, avesse rivelato, con improvvisa e innegabile evidenza, il volto vero, il volto demoniaco del potere. E nella primavera del 68 pareva che quei giovani non potessero reggere senza ribellarsi l’urto della vergogna e della colpa di essere figli dei massacratori impazziti di My Lai.
Poi era venuto il maggio francese, in cui ribellione studentesca e lotte operaie si erano incontrate e mettevano in crisi il potere di De Gaulle. Ne leggevo su quel paio di quotidiani che comperavo ogni settimana. Provai per curiosità a far sentire alle mie alunne più grandi qualcuno dei fantasiosi slogan coniati, credo, da Daniel Cohn-Bendit che guidava a Nanterre e poi a Parigi la contestazione studentesca: “L’immaginazione al potere” o “Proibito proibire”. Ne sorrisero.
Il Maggio francese

Chiudemmo l’anno nella nostra piccola isola controvento in piena serenità: le nostre ansie si limitavano alle prove degli Esami di Stato e alle scartoffie da riempire per la chiusura dell’attività didattica. Ma ormai focolai di contestazione e di rivolta si accendevano in tutta Europa, persino a Varsavia, a Praga, a Belgrado. Anche in Italia. In tutto il mondo. Sarebbero arrivate anche nel nostro piccolo mondo.
Per me il 68 venne in primo luogo con una personale angoscia. In quell’estate mio fratello Paolo stava oltre cortina, impegnato in non so quale campo di lavoro, o gruppo di studio, organizzato credo dai socialisti per i quali allora simpatizzava, e si trovò ad assistere quasi in prima fila alla fine della primavera di Praga. Tornarono tutti, rocambolescamente, stanchi e puzzolenti, di sudore e di paura. I carri armati sovietici? No, non avevano visto niente. Ne sapevamo di più noi, inchiodati per giorni da interminabili telegiornali. Non sapevano niente di preciso. Solo quel lungo brivido di paura, paura e rabbia di rimanere incastrati, di non poter tornare, di essere inghiottiti, senza nome e senza volto, in una palude onnivora.
Leggemmo e rileggemmo sul Manifesto, di lì a qualche mese, Praga è sola, e a lungo ne discutemmo, appassionatamente. Poi, Jan Palach. Piazza San Venceslao. Anche lì si era rivelato il volto demoniaco del potere. Ascoltammo, qualche tempo dopo, Guccini, e nei suoi versi vedemmo la terra sudare sangue e l’antico rogo di Jan Hus lingueggiare di fiamme e di fumo nero. Avevano ragione? Sì, avevano ragione. Bisognava costruire un mondo nuovo. E per costruirlo bisognava ribellarsi. E lottare, trovare compagni, non sentirsi e non essere più soli, convincere avversari o, almeno, smussarne le asperità, mettere in crisi i pregiudizi più radicati.
Lo aspettavo, pur senza rendermene conto, da quando avevo letto Don Milani. Ma non avevo neanche immaginato che sarebbe durato tanto: dieci anni durò quello che continuiamo a chiamare il sessantotto. La ribellione divampò in tutte le scuole superiori, in tutte le università: anche le isole felici – roccheforti tenaci del vecchio mondo – furono coinvolte e vissero le loro tempeste che si scagliavano contro quel vecchio mondo che era parso fino a poco prima immobile e immutabile, ne dimostravano l’assurdità, le intime incoerenze, la subdola e continua violenza. Ne vivevo gli scricchiolii  nei Collegi dei docenti e nelle Assemblee degli studenti…E siccome ero ancora precaria le conobbi quasi tutte le scuole superiori della città…
Ai colleghi dicevo che toccava a noi, anche a noi, interpretare il senso di quella protesta, non guardare i ragazzi come se fossero lanzichenecchi venuti ad abbeverare cavalli teutonici nelle acquasantiere di San Pietro; toccava anche a noi trovare risposte, sia pure estremamente parziali, e con la piena consapevolezza della loro parzialità, nel nostro specifico, dentro la scuola. Ognuno di noi aveva il compito di presidiare la democrazia e di contribuire a renderla più autentica nel pezzetto di mondo che gli era toccato. Ognuno di noi, coi suoi limiti, poteva contribuire alla fabbrica del mondo nuovo. E c’era tra i colleghi, soprattutto quando approdai al Liceo Scientifico, chi molto meglio di me sapeva chiarire che se non toccava a noi fondare il nuovo mondo – impresa ben superiore alle misere forze di quattro gatti di insegnanti! – certo non poteva toccare a noi difendere ad oltranza, e per chissà quale dovere di ufficio!, la decrepitezza intollerabile del vecchio mondo.
Ricordo il bisogno di concretezza che a Nella faceva individuare le mediazioni possibili, e le decisioni operative che ne potevano derivare: “hic et nunc!”, diceva, trasformando un’occupazione in seminario di studio e di approfondimento. Di un’altra, Lina, ricordo la fede nella didattica (e la coscienza del suo limite intrinseco) e nella razionalità, ma anche l’ansia che si salvasse, sempre, il tessuto democratico, garanzia della ‘rivoluzione in atto’.  Mi torna in mente Virginia, la più appassionata intelligenza politica di quegli anni, l’unica forse per la quale, ricomponendosi in un disegno leggibile, i tasselli rivelavano il loro senso pieno, la loro intima coerenza.
Ma c’era di tutto, in quegli anni convulsi. C’era chi nei ragazzi vedeva i nuovi barbari, i distruttori di un equilibrio che sarebbe andato in frantumi e avrebbe lasciato solo macerie. E c’era anche chi credeva di star già facendo la rivoluzione, chi vedeva nel primo eskimo di passaggio il portatore di un nuovo vangelo di liberazione, chi non poteva resistere ad un raptus di “giovanilismo senile”, chi pensava che l’indomani si sarebbero fatte le barricate. “No, no…”, mi provavo a ribattere, “ non sono né distruttori né liberatori…sono ragazzi… hanno bisogno di futuro…ponti, ponticelli traballanti, che si proiettano verso il futuro…e non sanno se e come ci arriveranno…solo una certezza hanno: non lo vogliono come il nostro mondo…Mentre distruggono già forse stanno costruendo, infrangono vecchi miti, per viverne di nuovi…cose in cui credere… cose che diano valore alla vita…perciò la loro battaglia è anche nostra, perciò dobbiamo metterci a rischio, mantenere saldo il rapporto.”
Così, con uno stato d’animo inquieto e appassionato vissi il mio 68, che d’altronde si protrasse a lungo, nel pieno degli anni 70. Volevo esser parte di quel grande sogno collettivo che ci mettemmo a sognare in tanti. Quel sogno era necessario. La sua sconfitta, ne ero certa, sarebbe stata la sconfitta di tutti. Certo ne vedevo le incoerenze, l’ambiguità dei soggetti sociali e ne soffrivo, anche prima delle dure parole di Pasolini sulla battaglia di Valle Giulia, ma ne sentivo la necessità; e volevo essere parte di quella tumultuosa tensione a trasformare il modo di essere e di pensare, di quella – si è detto poi – rivoluzione culturale. Ma perché lo fosse davvero, sentivo che doveva avere un grande protagonista. Un grande soggetto collettivo, capace di dare unitarietà ad una tensione che, se si fosse dispersa in mille inutili rivi, avrebbe richiesto prezzi altissimi.
Poteva esserlo, una rivoluzione culturale. Ed è stata, invece, soltanto una lunghissima ribellione, certo qualcosa di più di una jacquerie, o di una serie scoppiettante di jacquerie, ma fatalmente soggetta a strumentalizzazioni, a ripiegamenti e infine alla dissoluzione. Il futuro non lo ha costruito, anche se vi ha lanciato dei semi, e alcuni di quei semi hanno poi fatto pianta.
Nel bene e nel male. Era una ribellione, carica di contraddizioni, ma ricca dell’essere una grande speranza che serpeggiava con le sue fiamme in tutto il mondo, in particolare nell’Occidente, e dell’essere disegno per quanto incerto e confuso di un mondo nuovo, che premeva sotto il guscio tenace di quello vecchio e, qua e là, ci è riuscita a incrinarlo, anche se il vecchio mondo ce lo siamo poi ritrovato mescolato al nuovo, indebolito ma ancora capace di condizionare la storia. Del resto, tesi-antitesi-sintesi, come dice il vecchio Hegel. Non sappiamo mentre scagliamo contro una vecchia realtà da mille parti diverse la/le nostra/e antitesi, come si strutturerà la realtà nuova.
Questo dicevo anche ai ragazzi, nelle assemblee. Li mettevo in guardia, quei ragazzi che mi sventolavano sotto il naso i giornali di Avanguardia Operaia, sapevano le mie simpatie per un partito della sinistra storica  e le condannavano, duri e puri, e destinati a spezzarsi o a partecipare – previo passaggio penitenziale dal barbiere – senza più quei meravigliosi e rivoluzionari capelli lunghi e incolti a miserevoli autodafé. Gli dicevo che a niente porta, se non a maggiore avvilimento, quel tumulto dei Ciompi, che ogni giorno mettevano in piedi.
Cosa aveva a che fare quel disordinato ribellismo con il grande sogno di un mondo di pace e di giustizia? E di eguaglianza? Dei grandi sogni bisogna avere il coraggio. E assumersene i doveri, perché sempre il coraggio dei sogni implica la fatica del capire, del sapere, del misurarsi con la realtà, del costruire alleanze, non ghetti. Volevo, forse, che fossero come i ragazzi di Barbiana? Solo i ragazzi di Barbiana, questo pensavo in realtà, sarebbero stati in grado di costruire un nuovo mondo.

Rita Frattolillo
Il mio ’68 è cominciato prima, quando si è diffusa “Lettera a una professoressa” di don Milani nella scuola media di paese dove facevo il mio rodaggio di fresca laureata in lingue moderne. Il preside ci aveva raccomandato con calore la lettura attenta del volume che don Lorenzo aveva scritto insieme ai suoi alunni, i ragazzi della sperduta frazione di Barbiana, e che aveva pubblicato, un mese prima della sua morte, nel maggio ’67.
Se nel sonnolento paese ai confini dell’impero quel libro ebbe l’effetto di un sasso nello stagno, risvegliando l’intolleranza dei soloni e dei benpensanti, tenaci assertori dello statu quo, molti di noi erano pronti a una scuola meno paludata e più aperta verso i ragazzi disagiati. In verità avvisaglie dell’impatto - confuso e rumoroso - del mondo nuovo che premeva contro quello vecchio le avevo percepite già a Napoli, negli anni dell’Orientale: occupazioni e scioperi, cortei e manifestazioni erano il pane quotidiano di noi studenti che spesso ci trovavamo intrappolati nella ressa. La miccia sempre pronta ad esplodere.


Il proletariato urbanizzato reclamava case e lavoro, ci si mobilitava per il sangue del Vietnam come per la fantasia al potere, per il 18 politico e per la musica rock; il libretto rosso di Mao era esibito nelle assemblee come una bandiera, cortei femministi reclamavano con gran rinforzo di cartelli i diritti civili, da quello all’aborto a quello del divorzio.  Roma faceva da cassa di risonanza di tutto il Paese; cordoni di studenti, specie a valle Giulia, impedivano con la violenza ad altri ragazzi, tra cui le mie sorelle che frequentavano l’università, di dare gli esami, dopo brutali tafferugli.
Tutto, intorno a noi ragazzi del ’68, sembrava precipitare vorticosamente, i toni si facevano esasperati e il ribellismo prendeva sempre più piede. Persino il Festival di Venezia venne contestato! I cardini della società “regolare” e dei poteri consolidati si sgretolavano. La sensazione era che il mondo si rivoltava, ma io volevo far parte di quella tumultuosa tensione che voleva trasformare il mondo, infrangere i vecchi miti per fondarne di nuovi.
Chi insegnava nei licei del vicino capoluogo mi confidava che era necessario interpretare il senso della protesta giovanile mantenendo saldo il rapporto con le proprie classi e contribuire a costruire il nuovo. Cosa è rimasto di quel fervore, di quelle battaglie, di tanti sogni? Il salto culturale, antropologico, l’accelerazione prepotente di quegli anni ha generato uno strappo, una divaricazione tra le generazioni che si sono succedute di cui ci si è resi conto progressivamente e la cui eco è stata lunghissima. Certo, la Pace e la Giustizia nel mondo sono rimaste solo bei sogni, ma molte sfide senza noi ragazze del ’68 non sarebbero state vinte.

Simonetta Tassinari

Nella primavera del 1968 avevo undici anni, ed ero estremamente invidiosa dei ragazzi che, in quel momento, stavano dando un così grande scossone al mondo degli adulti: semplicemente perché avrei voluto farne parte anch’io. Perché mi piacevano così tanto? Perché erano il nuovo che avanza.
I ragazzi manifestavano, occupavano, gridavano, andavano in giro inalberando cartelli, e dietro di loro, al loro fianco, avanti e dietro si intuivano minigonne, sigarette, i Beatles, la modernità. Dall’altra parte vedevo invece i cosiddetti “benpensanti”, un gruppo informe e grigiastro, addirittura strisciante, che mi dava il sentore delle cose stantie (e pensavano davvero sempre bene come il termine faceva supporre, mi chiedevo? Non si sbagliavano qualche volta anche loro, i benpensanti?).
Del movimento studentesco si parlava in tv e sui giornali: era l’argomento sulla cresta dell’onda, quello che faceva vendere le copie e aumentava l’audience (anche se, a quei tempi, si chiamava “indice di gradimento”). A casa mia arrivavano settimanalmente riviste come “Oggi” e “Gente” anch’io ne ero una accanita lettrice e c’erano pagine e pagine di foto e interviste ai “big” della rivolta giovanile, soprattutto francesi: Daniel Cohn-Bendit mi attraeva indicibilmente, così interessante, così ribelle, così travolgente, così biondo, e mi piaceva che non perdesse occasione di dare fastidio al generale De Gaulle.
Tuttavia, per una sessantottina “in pectore” e anonima (io) a casa mia c’erano parecchi oppositori dell’”immaginazione al potere.” L’attacco degli studenti francesi al loro capo di stato veniva percepito dai miei genitori come inaudito e senza senso, e il “Dove andremo a finire?” risuonava, a casa mia, più del “Proletari di tutto il mondo unitevi” sulla bocca di Karl Marx. I miei genitori, rafforzati da mia nonna che viveva con noi, si auguravano che la ventata sarebbe passata quando io e i miei fratelli fossimo diventati grandi, mentre io e i miei fratelli, al contrario, ci auguravamo che durasse almeno per dare il tempo a noi di sfilare portando cartelli e scandendo slogan (se non ricordo male, ci giocammo anche, al ’68, per l’appunto sfilando per casa e alzando la voce.)
Temevamo che ci stesse passando sotto il naso qualcosa di molto avventuroso ed eccitante. Probabilmente, anzi sicuramente non comprendevamo un granché delle motivazioni della rivolta giovanile, ma che importanza aveva? Ricordo bene anche i commenti di mia nonna, molto tradizionalista, anzi, di più, conservatrice e un po’ “fascista”. Nel suo parere chi non aveva vissuto due guerre mondiali – e lei ne aveva vissute ben due non aveva il diritto di protestare né di lamentarsi, e avrebbe dovuto starsene “al posto suo”. Si chiedeva: questi ragazzi possono studiare, hanno soldi in tasca, mangiano bene, vanno in giro col motorino, ma che cosa vogliono?
La nonna era particolarmente irritata dall’affronto che quegli scavezzacollo stavano facendo al generale De Gaulle, il quale, secondo lei, era perfino un “bell’uomo”. Nel mio parere benché modesto e silenzioso tutto si poteva dire del generale De Gaulle, con quell’aspetto perennemente accigliato e quel buffo cappellino in testa, tranne che fosse un bell’uomo. Ebbi la mia (sempre modesta e silenziosa) soddisfazione quando seppi che il generale si era dimesso.
Adesso, a ben pensarci senza, mi auguro, essere diventata anch’io una “benpensante”, visto che, per l’appunto, non sempre i “benpensanti” pensano bene direi il significato del ’68 è che ognuno, autonomamente, vuol conquistarsi “Il suo posto”, concetto ontologicamente diverso da quello di “posto suo”, perché, in quest’ultimo caso,  si sottintende che lo abbia preparato qualcun altro, e che là ci voglia far restare.
Ogni generazione porta un pezzettino di sé nel mondo. 
C’è chi ce lo porta silenziosamente e chi, invece, sfila e grida slogan assieme agli altri.
Ed è questo che forse hanno fatto i ragazzi del ’68.


Maria Loreta Giannetti  da Montreal
In quel periodo ero totalmente assorbita nella mia mente, là dove nessuno poteva entrare. Pensavo e sognavo al mio ritorno in Italia dopo la spaccatura del ‘57 quando tanti contadini andavamo in cerca di fortuna in altre terre. Durante i miei studi al liceo, lavoravo il fine settimana per poter mettere da parte qualche soldo per comprarmi il biglietto di andato e ritorno per l’Italia. Da bambina, il mio sogno era fare come i salmoni canadesi che ritornano al luogo di origine per dare nuova vita; ritornare nella mia terra natia, il paese della mia fanciullezza, per contemplare i tetti delle sue case, i vicoli stretti, i cavalli al galoppo e le fontane generose. Riempire la mia anima che soffriva di troppe ore di lontananza da quella terra polverosa.
Non m’importava nulla di quello che stava succedendo in Francia: la violenza, le manifestazioni, i soldati, i gendarmi. Non volevo farmi rubare il mio ritorno in Italia. Ma soprattutto quel mese di maggio è stato un tempo fatto di silenzi, di sguardi, di sfida nei confronti di mio padre. Il mio sogno di voler ritornare in un paese che non aveva fatto niente di buono per lui, era uno schiaffo morale.  Per lui, quel paese significava fame e  povertà. Ed io stavo per tradire mio padre con questo progetto che lui, in silenzio, non accettava.  Mentre io non ammettevo più la sua autorità su di me, non accettavo più le sue ragioni: come gli studenti a Parigi, anch’io mi ribellavo contro una autorità.  Infatti, con la complicità di mia madre, che forse aveva anche lei le sue buone ragioni di resistere alle pretese del marito, avevo comprato il biglietto d’aereo contro la volontà paterna. Questa volta avevo vinto e mi liberavo del potere patriarcale che mi aveva tenuta legata alla sua volontà.
Montréal, McGill University

 Ogni giorno di maggio contavo le ore. Quelle violenze che avvenivano dall’Europa non mi lasciavano tranquilla, temevo sempre che qualcosa potesse succedere per impedirmi di prendere l’aereo quel famoso giorno del 13 giugno.  Tutti i giorni pensavo a questo ritorno in patria. Spesso la notte facevo incubi, sempre gli stessi: tante mani che mi mantenevano per non partire e se partivo, non arrivavo mai. Come Ulisse che si avvicinava a Itaca per tanti anni senza poter raggiungere la costa del suo amato paese. Ulisse era sempre costretto a non arrivare; gli dei non volevano farlo ritornare a casa.
Cosi mi sentivo anch’io.  Quante volte mi risvegliavo in quel famoso maggio ‘68, tutta sudata per aver combattuto quelle cattive sirene che mi impedivano di ritrovare la mia amata terra. Ho aspettato con il cuore in gola, che ha battuto forte fino al momento felice dove mi sono infine potuto sedere su quell’aereo in partenza per l’Italia.
Maggio ‘68 e stato per me una ribellione non in piazza, come i francesi, ma una battaglia personale tra le mura di casa mia: un atto decisivo per volare con le mie ali, riallacciare con il passato e iniziare una nuova vita.

Elvira Delmonaco
Il '68 si è insinuato nella mia vita passando dalle notizie internazionali al Rettifilo di Napoli, coinvolgendo la maggior parte di noi giovani entusiasti che volevamo poter dire la nostra in un mondo che apparteneva anche a noi, ma non è stata una partenza rapida, anche se il malcontento serpeggiava da molto.
Noi dell'Istituto Orientale, risentimmo meno del clima infuocato della Università Centrale, nostra vicina che reagì molto prima e molto più a lungo di noi, ma anche noi alla fine fummo coinvolti e la contestazione deflagrò mettendo tutti contro tutto. 
Un senso di libertà, di affermazione dei propri diritti come persone e come cittadini cominciò a circolare dappertutto e creammo legami ideologici con i paesi in cui la contestazione era più viva che mai, facendo fronte comune contro ciò che era guerra, oppressione e sopraffazione, allargando la nostra protesta dalla politica ai nostri professori dalla bocciatura facile e dagli esami impossibili.
La nostra contestazione fu piuttosto tranquilla, rispetto a quella della Università Centrale che organizzava cortei che regolarmente venivano caricati dalla polizia, in cui si insinuavano gli estremisti di destra e qualcuno regolarmente si faceva male. Noi dell'Orientale scioperammo, abbracciando la pace e protestando contro la violenza e l'oppressione. Tutti avevano il diritto alla parola e si parlava molto, si facevano discorsi affermando l'uguaglianza dei diritti di tutte le razze, le rivendicazioni sindacali, la solidarietà ai popoli oppressi, inneggiando al marxismo e alla libertà.
Tra noi c'era anche un gruppetto di giovani comunisti esagitati, il cui leader gridava che bisognava imbracciare il mitra e se non ricordo male, ci fu anche qualcuno che voleva impedire con le armi l'ingresso all'Università. Ricordo ancora un loro discorso il cui succo era che bisognava distruggere tutto per ricostruire, fare una enorme tabula rasa, ma non erano queste le idee per cui molti pacifisti erano stati picchiati nei cortei universitari.
Circolavano teorie contrastanti e a volte era difficile capire la direzione da prendere.  Quando l'Istituto fu di nuovo completamente operativo, i professori contestati, dimostrando che avevamo fatto bene a contestarli, si rifiutarono di esaminarci per cui fu chiamata una commissione esterna che devo dire non fu punitiva, come ci aspettavamo. Volevamo cambiare il mondo nel nostro orgoglio e in un certo senso ci siamo riusciti, ma poi il mondo ha cambiato noi.

Barbara Bertolini
Il mio ’68 l’ho vissuto in sordina. Vivevo a Ginevra dove stavo terminando gli studi. E, in Svizzera, la ventata fresca della rivoluzione giovanile e del femminismo ci arrivò molto flebile. Non ricordo sommosse, non ricordo animate discussioni, non ricordo cortei. Eppure, la Francia era a due tiri di schioppo e, lì, i giovani erano scesi in piazza spaccando tutto. Ma la rivolta che riguardava soprattutto l’Università “La Sorbonne” di Parigi e altre università importanti, non aveva toccato i confini della Francia. E noi la vedevamo solo in televisione. Tra le immagini trasmesse ricordo quella di uno scalmanato Daniel Cohn-Bendit, attualmente membro del Parlamento Europeo.
Ma la gioventù della Francia metropolitana era un’altra cosa rispetto a noi fortunelli che vivevamo in una isola “felix” poiché avevamo delle prospettive immense e, a Ginevra, arrivavano ogni mattina anche migliaia di giovani francesi dalla vicina Savoia. Infatti, partivano dalle cittadine di Annemasse, Thonon o Annecy e si riversavano nei vari uffici ginevrini. Tra di loro avevo delle amiche e di rivoluzione non se ne parlava proprio.
Università Ginevra

Si trovava lavoro con una facilità incredibile. Bastava rispondere agli annunci sui giornali e nell’arco di uno- due mesi si era assunti. Lo stipendio era ottimo per cui di che cosa ci potevamo mai lagnare? Se il “patron” ti trattava da schiavetto negro, cambiavi posto: un altro datore di lavoro lo ritrovavi senza problemi. L’emancipazione femminile era già arrivata: portavamo i pantaloni (una delle nostre prime conquiste), i cappelli alla maschietto, potevamo scegliere il nostro partner, uscire liberamente, lavorare senza problemi: insomma avevamo una certa indipendenza che non avevano certo avuto le mamme italiane, forse un po’ di più quelle svizzere. Mancavano ancora dei punti da conquistare sui diritti fondamentali. Ma quelli sono arrivati dopo, acquisiti dalle lotte femminili politiche all’interno della società il cui “via” è stato dato proprio dal ‘68.
Noi ragazzi “svizzeri” eravamo ignari di politica, di diritti. Ricordo che un professore ci chiese di fare un tema sui sindacati. Fui l’unica a scrivere qualcosa perché ne avevo sentito parlare in Italia, ma i miei compagni zero, non ne conoscevano l’esistenza, la nostra ignoranza era abissale perché il sindacato aveva ben poco da difendere: era la domanda e l’offerta a stabilire le regole e, poiché la domanda era superiore all’offerta, le regole per il lavoratore erano automaticamente vantaggiose.
Comunque il ‘68 fu il segnale che qualcosa nella società mutava completamente, soprattutto dal punto di vista sessuale e ad aiutarci non è stato solo il ’68, ma anche la scienza. Se fino a quel momento la donna aveva dovuto custodire gelosamente la sua integrità pena non avere un matrimonio che le avrebbe garantito una vita familiare, con l’arrivo della pillola poco a poco tutto cambiò e, 50 anni dopo, il problema non si pone più per quasi tutte le donne occidentali, almeno dai commenti che sento dai giovani. Ci aspetta ancora la parità completa uomo-donna ma, anche quella, non mi sembra ormai molto lontana. Posso davvero dire che il Novecento è stato il secolo della liberazione della donna e il ’68 è stato fondamentale.
***
Questo articolo, di Gabriella Iacobucci, appare sull’ultimo numero della rivista IL BENE COMUNE già  in edicola.
Foto riprese da:
https://oneclass.com/blog/mcgill-university/61313-10-easiest-courses-at-mcgill-university.en.html
https://www.google.it/search?biw=1034&bih=539&tbm=isch&sa=1&ei=G0QzW8mpOYmzkwXinr3YDQ&q=ginevra+%2B+universit%C3%A9&oq=ginevra+%2B+universit%C3%A9&gs_l=img.3...11094.14377.0.15430.13.13.0.0.0.0.121.1280.7j6.13.0....0...1c.1.64.img..0.12.1186...0j0i67k1j0i30k1j0i8i30k1.0.Gd1CdtQ986k#imgrc=QszcNjKKHweydM:









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