venerdì 30 settembre 2016

Il sentiero di Aracne di ELVIRA TIRONE, recensione

di Rita Frattolillo


Le mie letture estive si sono incentrate sulla produzione narrativa di Elvira Tirone, la cara amica scomparsa tre anni fa, di  cui ho sempre ammirato l’assiduità dell’impegno e la figura di intellettuale originale nel panorama culturale molisano.
Dei suoi tre romanzi, pubblicati tra il 1968 (Oltre la valle) e il 1996 (Il sentiero di Aracne) con l’intermezzo del 1991 (A colloquio con Belzebù), non credo che siano in molti a sapere che il primo e l’ultimo sono stati generati nello stesso periodo, pur se usciti a quasi trent’anni di distanza. Un dato che non sarebbe tanto rilevante  se Oltre la valle e Il sentiero di Aracne sviluppassero un  tema simile.
Dopo Oltre la valle  la  penna di Elvira, grazie al suo “cervello a scacchi” - la definizione è sua- non si è fermata più.


Infatti mentre assaporava il  meritato successo del  primo romanzo,   la sua mente   già mulinava vorticosamente  problematiche di importanza epocale che andavano assolutamente affrontate e sviluppate: la condizione della donna nella società e le problematiche del mondo scolastico.
 In effetti, dei due romanzi successivi a quello di esordio, Il sentiero di Aracne è quello pubblicato per ultimo, vede la luce nel ’96, mentre, come ha scritto lei stessa, lo aveva pensato “di fronte all’insolito  mare di Pesaro nel luglio del 1967”,  nello stesso momento in cui usciva Oltre la valle.
Quindi i due romanzi sono stati generati nello stesso periodo, pur se usciti a quasi trent’anni di distanza.
Un dato che non sarebbe tanto rilevante  se Oltre la valle e Il sentiero di Aracne sviluppassero una  tematica simile.

 Tutt’altro, perché mentre Elvira  raccontava il proprio vissuto e quello della propria famiglia,  contemporaneamente  si andava concentrando sulla condizione della donna, che nell’età patriarcale era considerata priva di attitudini creative: è questo il tema trattato ne Il sentiero di Aracne.
 Passare dall’accattivante tono (auto) ironico e divertito che domina gran parte del racconto “privato”di Oltre la valle alla intensa speculazione filosofica fitta di richiami allegorici e mitologici de Il sentiero di Aracne,  vi posso assicurare che è quanto meno sorprendente.

E’ sicuramente insolito  per il lettore immergersi pressoché totalmente nel mito, penetrare in una trattazione etico-filosofica completamente diversa dagli altri due romanzi.
 Elvira si è nutrita di classicità, si è dissetata alla fonte dei miti greci, qui rimandando in particolare a Ovidio e all’Asino d’oro di Apuleio, in cui Lucio si libera della forma ferina per immettersi nel flusso di un’umanità che tende al Divino. E chi legge, assieme ad Elvira e Aracne, compie un viaggio per certi versi visionario e surreale tra mito,  storia e  filosofia.

 E siccome alla Nostra non fa difetto l’estro poetico, questo romanzo, oltre a presentare come supporto un corposo apparato di note esplicative, è pure impreziosito con sue poesie o filastrocche del tempo antico.
 Chi è Aracne? Secondo il mito, era una giovane tessitrice lidia, figlia del tintore Idmone di Colofone, che fu punita per la sua superbia dalla gelosa dea Minerva. Trasformata nel minuscolo  ragno, tesse da allora una tela incolore, sempre uguale.

Nella rivisitazione di Elvira Aracne è una donna della buona borghesia che, stanca della vacuità dei suoi pomeriggi con le amiche sorseggiando tè, tira fuori da una soffitta un vecchio telaio nell’intento di tessere quando ha tempo e voglia.
 Annoiata dunque da questo ménage, la protagonista tenta di evadere dal suo mondo, estraniandosi anche mentalmente dalla casa.  Sul  sentiero intrapreso per ritrovare se stessa incontra animali diversi, prima tra tutti una giovenca - simbolo della riflessione - che, parlando con lei, l’accompagna alla stazione  e la fa salire sul treno che la porterà oltre confine.
 Scesa alla prima stazione dopo il confine, si rende conto che la giovenca è illusione, e quindi Aracne torna nella sua città, a casa. Ma qui, se capisce di trovarsi in una dimensione fittizia, in quanto costruita dalla sua mente, d’altra parte si accorge di aver acquisito una maggiore facoltà di argomentare, facoltà che contribuisce a renderla più astratta; a ogni tappa cerca di tornare a casa, ma ogni volta se ne allontana, con conseguenti sensi di colpa. Riprende il telaio, ma ricompare la giovenca - trasformata in cerbiatto, con gran palco di corna, rappresentazione dell’ampliarsi del pensiero - e  la conversazione prende un tono sempre più filosofico.

Perché in realtà ciò che sta a cuore ad Elvira non è soltanto la condizione femminile, ma anche  mettere a fuoco i temi eterni, quelli indagati dai maggiori pensatori dell’umanità, che lei passa in rassegna. E’ questo  il viaggio di Aracne, mentre supera valli e monti, sorvola mari, laghi e foreste, e si trova ad affrontare i nodi etici, esistenziali, filosofici, metafisici ed estetici cari all’Autrice : il rapporto tempo-spazio, l’essere e il nulla sartriani,  l’Eterno, il cogito ergo sum cartesiano,  la scienza, la natura, l’aldilà, Dio e il divino. Ma anche la poesia e il suo valore, il dono dell’immortalità a cui aspira da sempre il poeta.
Di tappa in tappa, di fantasia in fantasia Aracne arriva fino alle soglie dell’oltretomba per chiedere la verità.
Poi si trova sulla riva di un lago e un usignolo (ex cervo) - simbolo del canto e della poesia, che è capace di sollevare l’uomo al di sopra della contingenza - la solleva in aria fino all’altra riva; entrambi vedono un castello su un’altura (simbolo della critica letteraria), e mentre tutto sprofonda l’uccello  soccorre Aracne sollevandola dalle zolle.

 Il poeta, cioè- vuole intendere Elvira - aspira all’immortalità, ma la poesia da sola non può riconciliare l’Umano e il Divino, in quanto  non riesce a superare la sfera del mito.
 Aracne, delusa dalla poesia, sprofonda nella preistoria alla ricerca della felicità, ma è disturbata da una volpe, simbolo del gioco politico. Seguono altri incontri, altri discorsi e la visione dei drammi della Storia dell’umanità, delle guerre e  devastazioni, finché si arriva alla tappa 23.
 Questa segna una svolta, perché una forza esterna alla sua volontà porta Aracne oltre lo scoglio, simbolo della morte. Nel passaggio dal piccolo al grande mare un prete l’accompagna, l’aiuta a superare lo scoglio e l’ invita a mantenere la fede. Ad aiutarla nel passaggio sarà Roald Amundsen(1872-1928), l’esploratore norvegese che raggiunse per primo il Polo Sud (1911) , morto portando soccorsi a Nobile e al dirigibile Italia.

Ribadisce che “ il tempo non passa, ma lo spazio passa, il tempo è come il flusso del mare che pare che avanzi ed è sempre lì”.
Si infittiscono quindi le digressioni allegoriche e metafisiche del mito nell’intento di suffragare la tesi che l’uomo, senza il sostegno della fede, non può salvarsi, né dare senso alla sua vita, pressato com’è dalle contingenze, da cui può sottrarsi solo approdando al vero essere che è il sommo bene. Nella trama dall’alta valenza etico-religiosa si coglie il  drammatico dissidio tra l’anelito alla conoscenza e all’assunzione di un ruolo sociale da parte della donna,  il richiamo ai doveri verso la famiglia.
Nel penultimo capitolo si assiste all’assalto:Hobbes, Leibniz, Cartesio, Kant, Hegel, accusano Aracne di aver rubato le loro idee, solo Kierkegaard la sprona a non avere paura.

L’incontro con Kierkegaard, il padre dell’esistenzialismo, produce l’apologia del Silenzio “come porsi nell’attimo, che palpita nell’individuo e fuori di lui per cogliere l’infinito sussurro del mondo”.
E’ necessario che il Divino si accompagni con gli uomini per illuminare il sentiero che conduce dove il Tempo non passa e lo spazio si assoggetta alla legge dell’Essere.

Ora ad Aracne non rimane che la speranza, rappresentata dalle Eliadi, le sorelle di Fetonte, il quale adombra il peccato originale, per aver voluto imitare Dio creatore. Ma l’uomo, dice Elvira, senza la grazia di Dio produce solo mostri e disastri. Dopo altre sequenze, Minerva (la civetta),  considerata l’implacabile nemica dell’evoluzione della donna,  strappa ad Aracne l’ordito e la riporta tra le mura domestiche.
Ma il ritorno segna anche il ritorno alla fede, accettata durante l’arduo cammino della mente alla ricerca della Verità, ed è un ritorno che fa scoprire l’unica via possibile: quella - appunto - della Speranza.

Una volta a casa, la donna si sente come “una chiocciola respinta nel suo guscio” e l’istinto la porta in un angolo a tessere.

Nel fondo rigido e freddo di uno specchio Circe rideva, mentre le Eliadi mormoravano il loro lamento tra il verde ondeggiante delle foglie dei pioppi:
-Signore -dicevano- da chi andremo?
 Tu solo hai parole di vita eterna-“

In definitiva Elvira ravvisa nel mito di Aracne l’emblema della condizione femminile relegata a ripetere gli stessi gesti, ma individua un superamento di esso, perché dal senso del mito, grazie all’opera educativa di Dio, è possibile il passaggio alla speranza nella fede, a Cristo, che è il braccio teso da Dio verso l’uomo per condurlo dove il Tempo non passa e lo spazio si assoggetta alla legge dell’Essere.
Rita Fattolillo©2016 Tutti i diritti riservati


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